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mercoledì 14 ottobre 2020

sesto 2/3

 sesto 2/3

Nel pomeriggio, sulla spiaggia, Franco arriva un po' più tardi del solito, accompagnato da una ragazza che non conosciamo. Si chiama Chiara e, dopo le presentazioni, si unisce all'allegra brigata. Come lei stessa ci comunica, è arrivata da Firenze questa mattina, è in villeggiatura con i genitori ed occupa un piccolo appartamento in affitto nelle vicinanze dell'abitazione di Franco che, puntualmente, non si è fatto sfuggire l'occasione pensando bene di chiederle di aggregarsi al nostro gruppo. Ha la nostra età, ha superato brillantemente gli esami e sembra che non le dispiaccia unirsi a noi con il beneplacito dei maschietti, visto l'aspetto piuttosto attraente; le femminucce, al contrario, non sembrano esaltarsi, almeno inizialmente, all'intrusione di una possibile antagonista nel catturare le attenzioni dei rappresentanti del sesso opposto. I capelli biondi, alla spalla, incorniciano il viso ovale sul quale risaltano occhi celesti, naso impercettibilmente aquilino e labbra sottili. Stende l'asciugamano colorato nelle vicinanze dei nostri, si toglie la maglietta, i bermuda bianchi mettendo in mostra un costumino nero che spicca sul fisico ben modellato e sulla pelle candida, per niente abbronzata, tipica dei forestieri arrivati da poco. Come mosche al miele la circondiamo curiosi, subissandola di domande sull'età, sulla sua città di provenienza, sulla scuola insomma, ci dimostriamo piuttosto invadenti al limite dell’indiscrezione. Al contrario, Chiara dimostra di gradire il fatto di essere in primo piano e soddisfa volentieri le nostre domande anche se con atteggiamenti, a mio modo di vedere, eccessivamente manierati. Un segno d'intesa con Martina e Fulvia conferma le mie impressioni negative sul comportamento della nuova arrivata. La nostra comitiva non è fatta per dive del cinema e ritengo che dovrà adeguarsi alle regole della nostra convivenza comune, se vorrà attecchire con noi. 

«Ho avuto un'idea!» - dichiara improvvisamente Luca eccitato - «Visto che in spiaggia è difficile scovare qualcosa di nuovo da fare, perché non chiediamo ad Angiolino, il pescatore… si, insomma, a Lino, di accompagnarci alle secche del fanale con la sua paranza, uno di questi giorni?»

«Potrebbe essere una buona iniziativa,» - lo incoraggia Mimmo - «ma non credo che Lino potrà, deve sfruttare al massimo la buona stagione per la pesca, è il suo lavoro, in fin dei conti.»

«Non dico mica che deve farlo gratis!» - ribatte Luca - «Potremmo chiedere quanto ci viene a costare una gita del genere e dividiamo la spesa. In fondo Lino si è sempre dimostrato molto disponibile e simpatico nei nostri confronti e ritengo che sarà felice di accontentarci, a scanso d'insormontabili impedimenti.»

«Va bene, chiedere non costa nulla, al limite ci risponderà che non è possibile!» - sentenzia Feo.

«Ragazzi, calma! Non so voi, ma io dovrò chiedere l'autorizzazione ai miei, prima di prendere una decisione.» - ci annuncia, timorosa, Lauretta - «Staremo fuori per tutto il giorno, in alto mare, per giunta, a diverse miglia dalla costa: non sono sicura che i miei me lo permetteranno!»

«Il problema non è solo tuo,» - la conforta Tania - «penso che tutti dovremo domandare il permesso ai genitori, si tratta di una gita quantomeno stravagante. Il fatto che Lino sia conosciuto e rispettato da tutti, in paese, gioca in nostro favore, ma ciò non significa che, automaticamente, i nostri genitori ci affidino alle sue premure per una giornata intera in alto mare.»

«Giusta osservazione!» - conferma Luca - «Intanto chiediamo la disponibilità a Lino, poi chiederemo ai genitori.» - e si alza.

«Scusate ragazzi,» - prendo io la parola - «oggi è lunedì ed io ho solo questa settimana di vacanza, sabato inizio con il lavoro presso la pensione e sarà dura riuscire ad ottenere una giornata intera di permesso, siamo in alta stagione e sarà piena di turisti. Avrei piacere di partecipare all'escursione, ma se non sarà prima di venerdì…» - noto che Martina mi fissa seria.

«Se è per questo anch'io inizio sabato venturo.» - dichiara Mimmo - «I bagni Arenile attendono il mio supporto di "aiuto bagnino" e sono nelle tue identiche condizioni»

«Secondo il mio parere, andiamo tutti o nessuno» - sentenzia Barbara - «e se vogliamo andare dobbiamo impegnarci per organizzare tutto prima di sabato prossimo. Se mancherà qualcuno, sarà come un puzzle incompleto ed un'esperienza alle secche del fanale dobbiamo sperimentarla tutti assieme.»

«Ci stiamo ponendo dei problemi che ancora non sussistono.» - concludo io sorridendo - «Se Lino ci nega la possibilità di accompagnarci, addio escursione.»

Nel parlottio che segue il dibattito, si delibera di recarci da Lino per compiere il primo passo verso lo scoglio in mezzo al mare. La delegazione, composta da Feo, Luca, il promotore dell'iniziativa, e me, s'incammina verso la casetta del pescatore, al limite esterno della spiaggia, dove numerose reti da pesca sono stese al sole ad asciugare. Aggiriamo la casetta di mattoni rossi, il cui ingresso è rivolto dalla parte opposta al mare, e scoviamo la testa riccia di Lino, china su un groviglio di reti, che sta trasferendo da una grande tinozza di plastica verde ad un'altra simile. I piedi Lino, con il dorso nudo color cioccolata abbrustolito dal sole, tendono le maglie della rete che sta tentando di districare, mentre trattiene, tra i denti bianchissimi, una specie di spoletta, simile a quelle usate per tessere al telaio, su cui è avvolto del robusto filo di nylon pronto per riparare eventuali smagliature. Le sue mani e, più sorprendentemente, i suoi piedi prensili, maneggiano armonicamente le matasse di rete che, di volta in volta, escono da una delle due tinozze per passare velocemente all'altra. Il trave di corda della parte superiore della rete ed i galleggianti marroni scorrono rapidamente tra le sue agili ed abili mani callose, con movimenti decisi e ben definiti. Distratto dal sopraggiungere delle ombre, Lino alza la testa nella nostra direzione e, socchiudendo gli occhi per ripararsi dal riverbero del controluce, esibisce uno smagliante sorriso che illumina le guance abbronzate e punteggiate dalla barba incolta, senza abbandonare la spoletta che tiene tenacemente tra i denti.

«Cosa ci fate qui?» - farfuglia in dialetto Campano, senza smettere di lavorare con le mani, mentre la spoletta oscilla tra i denti - «Volete aiutarmi a districare le reti?»

«Lino, noi avremmo una richiesta da farti.» - esordisce Luca - «Vorremmo che ci tu portassi a fare una gita alle secche del Fanale!» - Chiede senza mezzi termini.

«Che vuoi dire? Volete venire un giorno a pescare con me?» - chiede per niente sorpreso - «Badate che io mi sveglio presto la mattina, certe volte non vado nemmeno a dormire, la sera, mentre voi siete abituati a fare le ore piccole e, la mattina, a tirare tardi a letto!»

«No, non desideriamo venire a pescare con te, ti chiediamo un passaggio in barca fino alle secche.» - chiarisco io.

«…e che ci fate voi tre al fanale per tutto il giorno?»

«Non siamo solo noi tre, saremmo una decina, forse di più» - lo informa Feo - «ci sarebbero anche le nostre amiche, genitori permettendo!»

Si ferma con le mani, si toglie di bocca la spoletta e ci osserva più attentamente:

«Ragazzi io con la barca mi ci guadagno il pane, perdere un giorno di pesca per accompagnare voi…»

«Non ti chiediamo di farlo gratis.» - Feo non lo lascia finire - «Siamo disposti a rifonderti del tempo perso…»

«Non mi sono spiegato bene,» - riprende lui - «vi ho visto crescere: quante volte vi ho sgridato perché facevate i tuffi dalla mia paranza ormeggiata al riparo degli scogli; se un giorno non venite alla spiaggia, mi preoccupo per paura che sia successo qualcosa di grave; fin dai tempi in cui eravate piccoli, i vostri schiamazzi hanno riempito le mie solitarie giornate spese a rammendare le reti sull'uscio di questa baracca. Chiedere dei soldi a voi sarebbe come chiederli ai miei figli. Intendevo dire che avrei solo bisogno di qualche giorno per prepararmi. In ogni caso, mi piacerebbe accontentarvi e sono sicuro che troverei il modo di organizzare la gita senza perdere del tutto la giornata di pesca ma…» - si sofferma, poi riprende - «Vi renderete conto di quanta responsabilità caricate le mie spalle e la coperta della mia paranza? Scorrazzare un carico di ragazzi nel fiore dell'età, a fare i pirati per il Mar Tirreno, al seguito di un vecchio pescatore rimbambito: no ragazzi, mi dispiace! Credetemi, dal profondo del cuore vorrei accontentarvi ma dovete capire che è una responsabilità troppo grande per le mie povere spalle curve. E poi non credo che i vostri genitori ci permetterebbero una cosa del genere: io non lo farei!» - conclude.

Proviamo a convincerlo, ma più insistiamo e più mi rendo conto che ha pienamente ragione, perciò salutiamo dispiaciuti allorché lui addenta la spoletta e si china di nuovo, malinconico, sulle due tinozze colme di reti da riparare.

Ritorniamo mesti sui nostri passi, gli altri già intuiscono che la richiesta non è andata a buon fine e che dovremo escogitare qualche altro espediente per rompere la monotonia della spiaggia.

Seduti in cerchio rimuginiamo sul da farsi, quando Chiara, la nuova arrivata, se ne esce con una trovata:

«Mio padre ama la pesca e forse conosce anche il vostro buon Lino, visto che ogni tanto è venuto a pescare anche in queste acque: potrei chiedere se ci accompagna lui!» - propone decisa - «Ha un amico con il quale organizza sempre delle battute: potrebbero approfittare dell'aiuto di Lino e nel frattempo sollevarlo da un po' di responsabilità.»

La battuta non viene accolta con entusiasmo, la presenza dei genitori non ci esalta molto ma, ripensando che c'è in gioco l'avventura in mare aperto, non la consideriamo un'idea così malvagia quindi l'assemblea decide di ritornare alla carica con l'amico pescatore. Nel frattempo Chiara ha guadagnato in stima e considerazione.

«Lino, siamo di nuovo noi.»

Non solleva neanche la testa dal lavoro che sta facendo:

«Ragazzi sono veramente spiacente…»

«Ascolta: potremmo chiedere ad un paio dei nostri genitori di accompagnarci…» - e Luca gli propone la prospettiva manifestata da Chiara.

Lino alza la testa:

«Domattina vi va bene?» - ci comunica sorridendo.

Gridiamo per la contentezza, ma lui ci calma immediatamente:

«Era solo una battuta, ma ritengo che si possa fare. Indagate con i vostri genitori e scoprite chi è disposto ad accompagnarci, poi ne riparliamo.» - ci comunica fiducioso.

Con passo lesto ritorniamo in spiaggia con le facce che tradiscono gioia per il parziale successo ottenuto, non ci rimane che saggiare la disponibilità del padre di Chiara, del suo amico e, in caso di risposta affermativa, metterli in contatto con il pescatore. Durante la passeggiata di ritorno dal mare, ci prefiguriamo già la gita in barca come se tutto fosse organizzato e dovessimo partire l'indomani mattina: chi vuole portare la canna da pesca, chi il bolentino, chi maschera e pinne e chi il fucile subacqueo. Con la fantasia siamo già in mezzo al mare. 

Dopo cena, l'appuntamento è nelle vicinanze del mitico campino dove sono installate alcune giostre e baracconi disposti a piccolo Luna Park. Come attrazioni non è il massimo ma ci passiamo volentieri la serata, ogni tanto.

La pista dell'autoscontro, senz'altro la più frequentata delle attrazioni, è stata assemblata in corrispondenza del lato lungo del campino; è illuminata da luci al neon colorate e sulla piattaforma di acciaio sfrecciano bolidi dai colori sgargianti alimentati da corrente attraverso un palo che sfiora una rete elettrificata sospesa ad un paio di metri di altezza dalla pista. La sicurezza delle piccole automobili è garantita da una voluminosa ciambella di gomma nera che attutisce i violenti urti cui vengono sottoposte da piloti in erba più somiglianti a sfasciacarrozze che non a veri e propri collaudatori. Un equipaggio composto da sole ragazze diventa, naturalmente, il bersaglio preferito della giostra: la loro vetturetta viene sbatacchiata a destra e a manca da aggressivi piloti del sesso opposto ai quali esse rispondono con grida di apparente terrore insufficienti a celare una vistosa soddisfazione. Il marciapiede d'alluminio, che circonda la pista, è costantemente gremito di ragazzi d’entrambi i sessi che, con il gettone in mano, attendono di occupare l’abitacolo spartano di uno dei piccoli bolidi colorati. Musica moderna a volume altissimo pervade costantemente l’atmosfera circostante. Martina ed io non amiamo molto questo tipo di attrazione ed alterniamo rarissimi giri di pista a lunghe soste ai box, per usare un termine automobilistico, durante i quali preferiamo limitarci ad osservare chi se le da di santa ragione piuttosto che essere protagonisti del caotico traffico. Flipper, al contrario, in assoluta sintonia con la sua indole irruente, è uno dei più accaniti sostenitori dell'autoscontro, ha sempre le tasche piene di gettoni, pronto a trasformarsi in fretta in pirata della strada, attaccando impetuosamente tutto ciò che trova sul suo cammino. Anche Franco, di solito, è un abituale frequentatore della pista d'acciaio, ma stasera ha altro cui pensare: è in marcatura stretta su Chiara e non le toglie gli occhi di dosso, anche se lei non dimostra altrettanto interesse per lui.

La giostra volgarmente denominata del calcio-in-culo si trova sulla destra, rispetto all’autoscontro, ed occupa un ampio spiazzo necessario affinché i seggiolini, appesi alla struttura centrale con quattro robuste catene d’acciaio ciascuno, possano girare vorticosamente attorno ad essa senza colpire i passanti. La zona è comprensibilmente recintata in maniera opportuna da solide transenne mobili, poiché nessuno deve poter attraversare il raggio d’azione della giostra, neppure accidentalmente. Nel vorticare intorno alla giostra, i partecipanti, a coppie che occupano seggiolini consecutivi, si lanciano a vicenda all’indirizzo di un pallone, appeso alla sommità di un alto palo, dal quale penzola un fiocco rosso molto appariscente. In genere sul seggiolino anteriore, quello che viene lanciato verso il pallone, siede il componente più leggero della coppia e, più frequentemente, una ragazza che vola strillando verso il bersaglio nell’intento di abbrancare al volo il fiocco ed acquisire, per la coppia, il diritto ad un’ulteriore giro gratuito. Noi siamo abbastanza affiatati, in questo gioco ed io, in particolare, adoro le grida di Martina, quando vola in direzione del fiocco sporgendosi dal seggiolino con il braccio destro proteso verso l’esterno. La nostra abilità consiste nello sfruttare al meglio la forza centrifuga impressa ai seggiolini dalla giostra che rotea a velocità vorticosa cosicché, spesso, riusciamo a raggiungere lo scopo meritandoci un addizionale passaggio. 

Dalla parte opposta del Luna Park, il reparto “piccoli” ospita un simpatico trenino trainato da una locomotiva rossa la cui parte anteriore è costituita da un sorridente faccione con guance rubiconde, occhi grandi e naso “a patata” che ricorda il Mastro Geppetto protagonista del Pinocchio di Collodi. La ferrovia è recintata da una staccionata a stecche dipinte con colori sgargianti. Al suo interno, il capotreno manovra magistralmente la locomotiva lungo il breve circuito di strada ferrata, attirando l’attenzione dei bambini presenti allorché percuote un campanaccio in ottone lucidissimo che emette rintocchi, simili a quelli delle mucche al pascolo, quando viene percosso dal battaglio al quale è appeso un nastro blu. La stessa atmosfera regna sulla giostra situata nelle vicinanze del trenino: un camion dei pompieri rosso fiammante, un elefantino rosa, la diligenza del Far West, una moto con sidecar, un cavalluccio marino e diversi cavalli, dal baio al roano, abbelliscono il piano inferiore esterno della giostra mentre un’astronave, un aereo supersonico, un disco volante, un’oca gigante ed un’aquila reale s’innalzano, per poco più di un metro e mezzo, dal pilastro centrale ad opera di robusti pistoni comandati idraulicamente. Le facce sorridenti dei bambini seduti sui vagoni del treno o nelle carrozzine della giostra sono di per se uno spettacolo gioioso, accentuato dalle espressioni soddisfatte degli attenti genitori che assistono beati alle evoluzioni, non togliendo loro gli occhi di dosso neanche per un momento.

Alla squallida baracca del tiro a segno, dipinta di celeste, ma per niente arredata, un’altissima bionda molto attraente, anche se con la faccia eccessivamente truccata, attira l’attenzione dei passanti per un colpo all’indirizzo di una speciale macchina fotografica che, in caso di bersaglio centrato, scatta una fotografia dallo sviluppo istantaneo al tiratore ed al suo eventuale accompagnatore. Io sono riuscito a colpire il pulsante che comanda l’otturatore della macchina fotografica e l’istantanea mi ritrae in una posa ridicola, con la carabina imbracciata, l’atteggiamento impegnato ed un occhio chiuso per prendere la mira sul bersaglio; l’espressione di Martina, al mio fianco, non è per niente ridicola, anzi l’improvvisa luce del flash infonde alla sua faccia un’aura quasi irreale che rapisce ancor di più i miei sensi, come se ce ne fosse bisogno.

...continua

domenica 5 marzo 2017

sesto 1 di 3

Sesto 1/3





                È giunta l'ultima settimana di un Giugno che difficilmente la mia memoria potrà dimenticare. Ho vissuto più esperienze esaltanti nell'ultimo mese che in tutti e quattordici gli anni della mia vita.
Mi sono svegliato prima del solito, stamattina, in quanto devo provvedere a formalizzare l'iscrizione alla Scuola Media Superiore. Rievoco con soddisfazione il recente passato: il primo aperitivo da Doriano, la cena con la terza "A" dallo Zingaro, Martina, gli esami, il motorino e, stamattina, un altro passo così importante.
                Tra breve passerò a prendere Martina; poi appuntamento alle dieci alla fermata dell'autobus, in piazza, con Feo e Fulvia per la missione "S.M.S.", Scuola Media Superiore. Potrei usufruire del potente due ruote ma gli altri, non ancora motorizzati, dovrebbero prendere l'autobus e non desidero assolutamente separarmi da loro.
Indugio ancora un po' sul letto, senza lenzuolo, a dorso nudo, e provo ad immaginarmi Martina nella stessa mia situazione con il solo pigiama leggero o con una camicia da notte di cotone senza nient'altro in dosso a parte, forse, le mutandine. Scaccio pensieri maliziosi e me la figuro sul letto: ho optato per un pigiama chiaro, color panna, con rari fiorellini turchesi, nella semioscurità della sua cameretta, pochi istanti prima di svegliarsi: distesa in avanti, con la gamba sinistra modestamente piegata verso l'alto e l'altra distesa, il braccio destro abbandonato lungo il corpo e l'altro che quasi le cinge la testa, i lunghi capelli bruni, morbidi come seta, scarruffati e sparpagliati per tutto il cuscino a coprirle quasi completamente il volto. Occhi serrati con le lunghe ciglia immobili, labbra leggermente dischiuse. Si muove, si gira lentamente fino ad assumere la posizione supina, accenna uno sbadiglio, mentre le membra addormentate cercano ristoro in una plastica distensione che le liberi dal torpore della notte appena trascorsa. Sulla delicata pelle del viso, le tracce rosee lasciate dalle pieghe del cuscino, disegnano una sorta di mappa sui cui è tracciato il percorso per arrivare al tesoro, costituito dalle gemme dei suoi occhi che magicamente si aprono ad un nuovo giorno. Sto sognando ad occhi aperti, con lo sguardo fisso sul soffitto, quando una voce familiare proveniente dalla cucina, mi riporta alla realtà:
«Alzati o farai tardi per il pullman!»
La tapparella della finestra è stata preventivamente aperta da mia madre tuttavia, dalla luce opaca che pervade la stanza, sembra che non goderemo di una bella giornata. Mi alzo, mi affaccio, qualche nuvola offusca il sole che stenta ad aprirsi un varco, ma potrebbe anche trattarsi di foschia mattutina, caratteristica di questo periodo, generata dall'evaporazione dell'umidità notturna. In quel caso, nell'arco di mezz'ora, l'astro infuocato tornerà a risplendere spavaldo, altrimenti dovremo inventarci qualcosa di divertente per passare la giornata.
                Una doccia tiepida mi sveglia definitivamente e, poco dopo, la solita abbondante colazione fornisce al mio corpo il combustibile giusto per arrivare senza difficoltà all'ora di pranzo. Mi vesto con calma, cerco, nel cassetto della scrivania, l’Attestato di Licenza Media recentemente ritirato presso la Scuola Media Dante Alighieri ed altri documenti necessari all'iscrizione, saluto e mi avvio per le scale.
Faccio appena in tempo ad uscire dal cancello che scorgo Martina in fondo alle scale e sta anche lei uscendo: sincronizzati alla perfezione come cronografi Svizzeri. A metà strada incontro un sorriso radioso, tipico della sua estrema semplicità e trasparenza, che preannuncia un'altra giornata contrassegnata dalla sua magnifica compagnia.
  C'incamminiamo e, con qualche minuto d'anticipo giungiamo alla fermata del pullman che ci condurrà al villaggio scolastico dove sono concentrati i vari istituti di Scuola Media Superiore; siamo momentaneamente da soli, Feo e Fulvia devono ancora arrivare, ma sarà questione di pochi minuti. Ci sediamo sugli ampi scalini del laboratorio di sartoria che si trova in prossimità della fermata e percepisco la calorosa vicinanza di Martina che si è accostata al mio fianco destro. Ho i gomiti appoggiati sulle ginocchia piegate, laddove lei ha assunto una posa più plastica e pudica con i piedi sullo scalino più basso e le gambe, strettamente unite e limitatamente flesse, da perfetta signorina perbene; con un gesto naturale della mano sinistra, prende la mia destra ed entrambe vanno a celarsi nel piccolo interstizio tra la mia gamba e la sua. Nel frattempo il sole sta cercando di scardinare la tenace resistenza della nuvolaglia circostante ed io inizio a parlare:
«Sai che stamattina, al risveglio, mi sono intrattenuto qualche minuto a letto, supino, con le braccia incrociate dietro la testa e lo sguardo concentrato su un punto indefinito del soffitto; la mia mente ha preso a fantasticare ed ho immaginato te nella mia stessa situazione.»
Mi guarda con aria tra lo stupito ed il corrucciato, nell’attesa di mie ulteriori rivelazioni sull'argomento.
«…eri completamente nuda nel letto arruffato, distesa sul dorso, bellissima e disponibile ed io sono entrato improvvisamente nella stanza spalancando la porta con irruenza…» - una pausa studiata per assistere alla sua reazione, mentre dentro di me prefiguro una scenata con tanto di meritate parolacce dal "porco" al "maniaco sessuale", e sogghigno sarcastico.
Niente, silenzio assoluto! Solo un filo d'ombra nei suoi occhi adamantini.
Feo e Fulvia sono ormai a due passi da noi ed il loro arrivo interrompe temporaneamente la mia disquisizione.
«Buongiorno!» - ci salutano quasi all'unisono.
Contraccambiamo il saluto e l'autobus arriva puntuale, si ferma esattamente al centro delle strisce gialle dipinte sull'asfalto, che delimitano l'area riservata alla fermata e, con uno sbuffo d'aria dell'impianto pneumatico, si aprono le porte posteriori a soffietto, quelle riservate alla salita dei passeggeri. Saliamo il paio di alti scalini, il fattorino stacca quattro biglietti e ci mettiamo seduti sulle comode poltroncine imbottite: Martina ed io troviamo posto nella parte posteriore sulla sinistra dell'autobus mentre gli altri due compiono per la mano ulteriori tre o quattro passi prima di accomodarsi a loro volta, a destra del corridoio.
Pochi minuti e, con piglio severo, Martina chiede lumi sulle mie mattiniere fantasticherie:
«Perché non vai avanti col tuo racconto?» - chiede seria con gli occhi che emettono lampi.
«OK! Anch'io ero completamente nudo e…» - un'altra pausa, poi riprendo - «…Non è vero niente, sciocchina.» - le accarezzo una guancia - «Non ci pensare, non immaginerei mai una scena scabrosa tra di noi, ti voglio troppo bene, ho fatto solo per scatenare una tua reazione: è stata proprio quella che mi aspettavo e me ne compiaccio.»
«È vero che ho fantasticato sul tuo risveglio, ma in una situazione casta e pura…» - e le racconto il mio sogno ad occhi aperti.
Lo sguardo inquisitore non si è ancora dileguato: forse ho esagerato un po'.
«Avresti preferito che fossi così? Disponibile, lasciva, magari sexy, lussuriosa: la tua Messalina?» - riprende offesa.
«Ti ripeto che scherzavo, riconosco di essere stato uno sciocco. Mi piaci così come sei non desidero altro in questo momento» - mi sottometto - «e ti chiedo scusa!» - chino il capo con atteggiamento ironico.
Non risponde e lo sguardo si è rivolto dall'altra parte: rincorre il paesaggio in movimento fuori del finestrino e mi volge le spalle, ancora irritata. I capelli raccolti nella solita folta coda che si diparte dalla parte alta della nuca, scoprono il collo liscio dove alcuni ciuffetti sbarazzini, sfuggiti alla cattura dell'elastico, ricamano volute estremamente attraenti alle quali non riesco a resistere. Al riparo dell’alto schienale della poltroncina di fronte, mi avvicino e, a labbra socchiuse, sfioro la base del collo alitando lievemente sui ciuffi castani che si agitano debolmente. Il collo si ritrae, eppure lei non fa una piega, apparentemente insensibile alla mia sollecitazione. Proseguo nella manovra di riconciliazione appoggiando le labbra nelle vicinanze del suo orecchio destro e percepisco una, seppur minima, reazione delle spalle che si stringono in preda ad un brivido. Mi distacco e tento di distrarre la sua attenzione dal paesaggio esterno, facendo in modo che si giri verso di me. Intravedo la faccia nel pallido riflesso del finestrino: "sta ridendo, sta sghignazzando alla faccia mia, mi sta prendendo in giro! Io mi sto impegnando per farmi perdonare un peccato molto veniale e lei si prende gioco di me!" - penso indispettito.
Abbandono, piuttosto irritato, le moine accomodandomi sulla poltroncina in posizione assolutamente neutra, lei se ne accorge e si volta di scatto ridendo di cuore nel vedermi scuro in faccia. Afferra violentemente le mie mani e mi restituisce, con gl'interessi, il bacio sul collo che poco prima le ho dato io.
«Anch'io stavo scherzando "sciocchino", come diresti tu.» - mi comunica divertita - «Ti conosco troppo bene per pensare a te come uno sporcaccione interessato solo alle donnine nude ed al sesso. È naturale che ti vengano in mente certe fantasie, ma tu hai la forza di ricacciarle da dove sono venute. Pensi che io sia fatta di ghiaccio? Come hai detto l'altro giorno sul mare: - "siamo grandi" - quindi possiamo coscientemente valutare cosa è meglio per noi, anche in quel senso lì!»
La mia bimba! È una donna ormai! Che ci faccio con lei? Me la merito? Spero di si!
«Grazie!» - mi esce naturale.
«A proposito, per dormire usi il pigiama o la camicia da notte?» - le chiedo riprendendo il gioco - «…e le mutandine: le porti si o no?» - ribadisco.
Mi colpisce con un ceffone che non riesco ad evitare, ma ride divertita senza sciogliere il dubbio che mi rode, mi getta le braccia al collo e mi bacia proprio nel momento in cui Fulvia e Feo si affacciano dal corridoio:
«Piccioncini!!!» - ci apostrofa Feo con una calata decisamente ironica - «Siamo arrivati, dobbiamo scendere, sarà il caso di rimandare le effusioni ad un momento più opportuno!»
Meno male che hanno provveduto loro ad avvisarci, chissà dove
saremmo scesi, senza il loro aiuto, presi com'eravamo dalle nostre faccende private! Mi alzo e faccio per forzare lei a rimanere seduta, come se non volessi farla scendere. È scivolata sul posto che in precedenza occupavo io e continuo a spingerla con le spalle contro lo schienale della poltroncina ridendo divertito, mentre lei si divincola nel tentativo di liberarsi; anche lei ride rumorosamente. La rilascio solamente nel momento in cui l'autobus si ferma e mi avvio di gran carriera lungo il corridoio centrale verso la porta anteriore, quella adibita alla discesa, costringendo Martina ad una rincorsa per non rischiare di rimanere a bordo.
La nostra coppia d’amici è già a terra, assiste divertita alla scena di Martina che scende trafelata i due scalini finendomi addosso con tutto il peso ed io che l'abbraccio stringendola fortissimamente come per scrivere la definitiva parola "fine" sull'argomento. Dai finestrini del torpedone i passeggeri assumono espressioni stranite non riuscendo ad intuire la dinamica dell'accaduto. Qualcuno sorride.

Il Villaggio Scolastico è situato alla periferia di una cittadina vicina al nostro paese ed occupa un'accogliente area per lo più adibita a verde, con altissimi pini, giardini e vialetti meta non solo di studenti ma anche di cittadini desiderosi di un po' di fresco e di tranquillità. Il campo sportivo, circondato dalla pista d'atletica leggera, quello di pallacanestro ed il palazzetto dello sport conferiscono un senso di completezza a tutta la zona. Noi stiamo passeggiando per le stradine del villaggio, fiancheggiate da basse siepi d’arbusti sempreverdi, in direzione del Liceo Classico dove sia Martina che Fulvia hanno deciso d'iscriversi. L'istituto è sicuramente l'edificio più vecchio del villaggio e sembra un po' la madre di tutte le altre costruzioni, alcune delle quali recentemente inaugurate o ristrutturate. Oltre il portone d'ingresso, l'androne deserto incute un certo timore e l'aria che si respira ha un sapore di severità ed austerità tipicamente scolastiche. I nostri passi risuonano nel silenzio rotto soltanto dal ticchettio di una macchina per scrivere proveniente dall'unica stanza con la porta aperta. Sull’uscio una targa in ottone riporta la scritta Segreteria in bassorilievo ed intuiamo di essere arrivati nel posto giusto. All'interno, due signore ben vestite ed accuratamente truccate stanno svolgendo le rispettive mansioni: una, seduta, è l'esecutrice dell'assolo per macchina da scrivere a cui abbiamo assistito dal corridoio mentre l'altra è in piedi di fronte ad un armadio aperto pieno di faldoni di cartone contenenti un numero infinito di fogli di carta, probabilmente profili scolastici, risultati di scrutini ed altri documenti accumulati nel corso degli anni. Un bancone metallico con il ripiano superiore in legno lucido, separa la zona d'ingresso dallo spazio riservato alle due segretarie.
«Buongiorno.» - salutiamo quasi in coro, come Boy Scout ben addestrati all'adunata mattutina.
La segretaria in piedi contraccambia cortesemente il saluto e ci chiede di che cosa abbiamo bisogno. Fulvia prende l'iniziativa: chiede i moduli e la documentazione necessaria per effettuare l'iscrizione.
«Per tutti e quattro?» - chiede la gentile signora.
«No! Solo per due.» - risponde prontamente Fulvia alla quale la segretaria consegna due sets di moduli da riempire, i bollettini postali per pagare le tasse scolastiche e due fogli ciclostile sui quali è indicata la documentazione necessaria per finalizzare l'iscrizione; i moduli devono essere firmati dai genitori quindi sarà necessario sorbirci un altro viaggetto in pullman nei prossimi giorni.
Dopo aver ringraziato usciamo per recarci all'Istituto Tecnico Industriale dove Feo ha in mente d'iscriversi; è il complesso più grande di tutto il villaggio, con i caratteristici estesissimi capannoni, dai finestroni a vetrata, adibiti ad officina, dove gli studenti mettono in pratica le tecniche acquisite con lo studio della teoria. Prima di affrontare il portone d'ingresso, attraversiamo un piccolo giardino abbastanza curato. Oltrepassata la soglia, il corridoio dalle pareti recentemente pitturate di bianco, è meno austero del precedente, ma molto più freddo e distaccato. Filtra luce dall'unica porta aperta che dà sul corridoio e che supponiamo sia l'adito alla segreteria. Feo ed io ci affacciamo timidi, mentre le ragazze sostano nel corridoio, ed un'anziana signora, con gli occhiali dalla montatura ornata di finti brillantini, alza la testa distogliendo lo sguardo dalle pagine del giornale aperto e ci guarda dal di sopra delle lenti.
«Vorrei…» - Feo non fa in tempo a completare la frase, che la signora si alza con aria annoiata e si dirige verso un angolo del bancone dove sono accatastate due pile di moduli. Ne abbranca un paio e li appoggia sul ripiano del bancone stesso senza proferire parola.
«…E la documentazione da allegare?» - chiede cortesemente Feo.
«È tutto spiegato lì sopra, e ci sono anche le cedole per pagare le tasse.» - risponde lei con fare sufficiente.
«Grazie… molto gentile!» - ci congediamo con atteggiamento critico.
È giunto il mio turno, ho deciso di frequentare il Liceo Scientifico, per l'appunto intitolato ad Enrico Fermi, e lo stabile che ospita la scuola si trova proprio vicino al palazzetto dello sport. Una grande scala precede il portone attraverso cui accediamo ad un’ampia sala sulla quale si affacciano numerose porte chiuse e, sulla sinistra, un largo corridoio. Sulla destra del salone la postazione delle custodi dalla quale si distacca una di loro che, piuttosto grassottella, riempie abbondantemente la classica sopraveste blu; ci si fa incontro, con andatura altalenante e ci accompagna verso il corridoio dove si apre la stanza adibita a segreteria. La bionda segretaria, piuttosto giovane, ci accoglie freddamente ma con aria professionale e, alla mia richiesta, mi consegna il modulo, i bollettini per le tasse, con ampie spiegazioni sulla maniera di compilarli correttamente, e la lista dei documenti necessari all'iscrizione. 
«Missione compiuta!» - afferma il mio amico scendendo lo scalone esterno del Liceo - «Abbiamo da pagare tasse in abbondanza: saranno felici i genitori!» - continua ironicamente.
Facciamo una passeggiata per il paese, Martina mi tiene per mano ed altrettanto fa Fulvia con Feo, si soffermano di fronte alle vetrine dei negozi, prevalentemente d'abbigliamento, dove i loro commenti mettono in risalto questo o quel vestitino, costume o altri accessori che, sinceramente, non attirano la mia attenzione né quella del mio fido compagno. Andando a zonzo, la mattinata passa in fretta ed abbiamo fatto l'ora di raggiungere la stazione degli autobus per il ritorno verso il nostro paese.
...continua