sei di vada se...

domenica 13 maggio 2012

terzo 2 di 3

Terzo – 2/3
La mattina dopo, alla fermata dell’autobus, Feo è già lì con lo zaino dei libri tra i piedi.
«Quanto fa due più due?» gli chiedo prima ancora di augurare il buongiorno.
«Cinque!» risponde lui non risparmiandomi un’occhiataccia, poi sorride e mi rendo conto che la crisi è passata.
Con l’autobus arriviamo puntuali davanti alla scuola. Puntuale anche la campanella delle otto e venti. Nanni oggi non è venuto: è rimasto a dormire.
Occhi dolci ci aspetta sulla porta dell’aula: indossa un abitino rosso a pois neri di tessuto finissimo, abbastanza scollato sul davanti, ma senza mettere in mostra niente di compromettente. Un girocollo di perlelezioni-di-matematica-e-geometria_1.jpg candide adorna il bel collo da cigno. I capelli biondi raccolti sulla nuca conferiscono ancora più luminosità al suo già radioso volto sul quale spiccano gli occhi celesti impercettibilmente truccati. “Eh! Avesse una ventina d’anni in meno!!!”
Ci fa accomodare ai nostri posti rimanendo vigile sulla porta della classe, dopodiché entra a sua volta, esterna gli auguri di rito ed apre la busta fatidica provvedendo alla trascrizione del compito alla solita lavagna. Nel corso dell’operazione, i procedimenti per risolvere i vari esercizi prendono corpo nella mia mente e, auspicando di non commettere errori di distrazione, non dovrei incontrare particolari problemi.
La prof distribuisce la canonica coppia di fogli protocollo a quadretti piccoli, immancabile la vidimazione del Ministero della Pubblica Istruzione in alto a destra, con la raccomandazione, per noi non nuova, di consegnarli entrambi, anche se stropiccicchiati per usare un termine da lei adoperato spesso. Aggiunge che la tentazione di copiare è ovviamente fortissima, al compito di Matematica, e perciò ci raccomanda di dimostrare la nostra determinazione e forza di volontà vincendo la stessa tentazione e portando a termine il lavoro in maniera regolare.
«Ritengo superfluo ricordarvi quale sarà la sanzione, nel caso in cui qualcuno venga beccato…» – sono le sue ultime parole prima di augurarci un buon lavoro.
Un’occhiata alla classe, un rapido ammicco con Feo, che abbozza una simpatica smorfia a conferma che la crisi della sera precedente è solo un ricordo, e, di gran carriera, a bordo della fida Bic, prendo il via sul foglio protocollo, lungo un immaginario circuito disseminato di figure geometriche, numeri, calcoli, radici quadrate e parentesi dalle forme più bizzarre.
Sfreccio velocemente tra equazioni e sistemi la cui risoluzione è una pura formalità, mentre un imprevisto inconveniente di carattere tecnico mi attarda nell’impostazione del problema di geometria. Una rapida sosta agli immaginari box, tanto per riordinare le idee. Una piramide, a base quadrata, è stata perfidamente tagliata, ad un’altezza nota, da un piano inclinato di trenta gradi e trovarne il volume e la superficie totale mi crea non poche difficoltà. La rappresentazione grafica è buona, ma la strada per raggiungere i dati sufficienti si presenta irta di scabrosità che, al momento, mi sembrano insormontabili. Scompongo la figura e la ricompongo. Feo sta andando avanti di buona lena, beato lui! Mi prende il panico. Non ci riesco. Comincio ad elucubrare su quanto potrebbe incidere la mancata risoluzione dell’esercizio. Forse non troppo, visto che ho risolto più di metà del compito, ammesso che abbia svolto tutto senza il minimo errore… Una piccola imprecisione su ciò che ho già fatto potrebbe costarmi cara, se non risolvo il problema di geometria. Sono quasi alla disperazione. Passano inesorabili i minuti, forse è già passata mezz’ora, da quando mi sono bloccato. Non ce la farò mai. Feo ha notato il mio comportamento e, con un calcio di sottobanco, attira la mia attenzione. Con un cenno della testa e della mano mi chiede cosa c’è che non va! Io mi accerto che occhi dolci non mi veda, poi muovo le labbra senza emettere alcun suono, ma ciò che voglio dire è inequivocabile:
«La piramide… panico».
«Non ti angosciare, al massimo ti bocciano» – mi dice lui, con lo stesso sistema, rendendomi pan per focaccia.
Sorride sotto i baffi. Lo mando a quel paese. Non siamo riusciti a nascondere totalmente il nostro, pur breve, scambio di sensazioni ed un «Allora…..!» tonante scuote la classe. Rivolgiamo le teste verso la cattedra e gli occhi non più dolci hanno assunto un’aria severissima capace di congelare le fiamme dell’inferno. Una vampa di calore mi avvolge il viso, probabilmente sono arrossito per la vergogna, sollevo lievemente la mano all’indirizzo della prof, in un cenno di scusa, e mi rinchiudo nel mio angolo di disperazione. Calma! Calma e sangue freddo! In fondo, è solo un problema di geometria, ne ho risolti a migliaia, anche di più difficili. Manca ancora più di un’ora alla campanella. Un imperativo: ripartire da capo, dall’enunciato del problema. Uno scarabocchio gigante e rabbioso annulla le operazioni effettuate fino a quel momento, prendendo per buono solo il disegno della figura geometrica, che è venuto piuttosto bene. Rileggo il testo con attenzione. Analizzo la figura ed i dati a disposizione. Niente di nuovo. Alzo la testa verso la cattedra. Lei sta sfogliando una rivista, distoglie lo sguardo ceruleo che compie un rapido giro sulle teste chine dei suoi ragazzi. M’individua, assorto nella ricerca di una soluzione dell’arcano. Gli angoli della sua bocca si curvano verso l’alto in un aperto sorriso ed il temuto sguardo austero di qualche minuto innanzi, a dire il vero inevitabile, si è magicamente dileguato. Una lampadina si accende nella mia testa come all’Archimede Pitagorico dei noti fumetti di Walt Disney. Per l’ennesima volta, scompongo mentalmente la figura, ma questa volta percepisco che è quella buona. Per la superficie totale basta considerare un quadrato come base inferiore, un trapezio isoscele come base superiore, altri due trapezi isosceli e due trapezi scaleni per la superficie laterale. Il calcolo del volume è un po’ più complesso: tronco di piramide tagliata da un piano orizzontale e, sulla vetta, un parallelepipedo a base triangolare e due piramidi, anch’esse a base triangolare. Le jeux sont fait. Trasferisco sulla carta l’elaborato mentale e ritrovo la serenità. Sento su di me lo sguardo di Feo, che forse ha già finito. Mi volto verso di lui e faccio l’occhiolino: si avvede che ho finalmente trovato la soluzione ed agita il pugno in cenno di vittoria. Quasi all’unisono consegnamo gli elaborati e mi sciolgo allorché la prof mi chiede:
«È passata, la crisi?» Si è accorta di tutto. Non finisce mai di stupire. La rimpiangerò.
La ripago con un laconico: «Si!» dopodiché salutiamo ed usciamo dall’aula.
Percorrendo il corridoio e poi, scendendo le scale, confrontiamo, a memoria e con soddisfazione, i risultati dei vari esercizi: torna tutto alla perfezione. Franco, stavolta, è ancora in classe: lo aspetteremo sul piazzale. All’uscita alcuni dei nostri compagni fanno crocchio e sembra che il compito sia andato abbastanza bene per tutti. Qualcuno si lamenta per errori di calcolo, ma i procedimenti dovrebbero essere azzeccati. Passa un quarto d’ora e Franchino appare sul portone letteralmente stravolto. I suoi rapporti con la Matematica sono sempre stati di amore-odio e mi sa che oggi ha prevalso l’odio. Inizia a raccontare le difficoltà incontrate e, man mano che spiega, gli confermiamo che ha seguito i ragionamenti giusti. Ripresa fiducia, confronta i suoi risultati con i nostri e, a parte un “virgola qualcosa” nel volume della piramide maledetta, sembra che tutto collimi. Quasi inconsapevolmente, ha risolto in maniera corretta tutti gli esercizi. Non è nel suo carattere, ma se lo fosse, ci bacerebbe, come se il merito fosse nostro. …e due!
Il fedele autobus verde si affaccia all’angolo del fabbricato, salutiamo i compagni e ci avviamo alla fermata, saliamo ed i commenti sul compito proseguono ininterrotti. Oggi siamo molto più euforici. Potenza della matematica!
Dopo pranzo è previsto il ripasso definitivo per la prova di lingua straniera. Chissà la zoppetta che cosa ha in serbo per noi, nella prova di domani. Il pomeriggio e la sera scorrono in maniera lineare.
Stamattina, sull’autobus, i soliti musi lunghi e assonnati. Sembra di andare al patibolo.
Arriviamo in classe, ma la signorina ancora non c’è. Non è un bell’esempio per gli studenti, ma può succedere. Il Preside la sostituisce temporaneamente e dà inizio alla cerimonia d’apertura della busta contenente la prova di Francese. Non ha finito di aprire la busta che percepisco un passo lesto, ma irregolare, proveniente dal corridoio ed in breve la prof, ansimante e con la mano destra al petto, appare sulla porta dell’aula. Si scusa con tutti ed in particolare col “Signor Preside”, come lo chiama lei, ma un’avaria alla sua vecchia Peugeot, un macinino d’ante guerra, ha provocato questo piccolo ritardo.
È, come al solito, ipertruccata per mascherare le rughe di una veneranda età: chili di fondotinta, capelli abbastanza corti e ricci, tinti di un nero corvino da far invidia alla Moira Orfei, una catena al collo che se fosse d’oro costerebbe l’ira di Dio ed un paio di orecchini giganteschi, anch’essi d’oro o dorati, completano la fotografia della nostra Mademoiselle de Francais.
Il preside si allontana silenziosamente dalla cattedra e, altrettanto silenziosamente, esce dalla stanza.
«Le bonjour à tous le monde et au excusé ancor mon retarde. Je veux présager un bon examen de Francais à vous, espérant que vous tous êtes recalé, et une bonne continuation dans les votre études.»La solita ramanzina di non copiare, non disturbare eccetera, eccetera, eccetera e finalmente si va. Il testo, questa volta, è su fogli ciclostilati e ci viene consegnato, coperto, personalmente dalla prof che zampetta tra le file di banchi. Quando tutti abbiamo la nostra copia e due fogli protocollo a righe, il tutto guarnito dal consueto timbro in rilievo del Ministero competente, ci è permesso di prenderne visione ed iniziare a lavorare. La prima prova consiste nel partecipare, replicando in maniera adeguata, ad una conversazione durante una passeggiata, con un immaginario amico parigino, sul Boulevard Saint Germain, proprio a Parigi, descrivendo immaginarie vetrine di negozi, locali, stazioni della metropolitana, monumenti e tutto quanto si può incontrare nel quartiere latino, compresi mendicanti e, soprattutto, artisti di strada. Mi soffermo su una coppia che si esibisce nelle vicinanze di un multicolore chiosco di fiori. Nella mia descrizione, l’uomo, abbigliato con frac e cappello a cilindro, suona magistralmente il violino, mentre la ragazza, che impersona uno dei più classici Pierrot dalla faccia infarinata, asseconda la melodia con movenze plastiche ed armoniose.
Il compito prosegue con un’esposizione sulla caduta dell’Ancien Regime e la presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789.
E per finire, niente di più classico: Jean de La Fontaine: l’aquila e la civetta, la cicala e la formica, il lupo e l’agnello, il congresso dei topi, insomma un commento circostanziato sulle favole del de La Fontaine e le loro morali, con particolare riferimento agl’insegnamenti pratici che se ne possono trarre.
Insomma, noioso come non n’erano mai capitati prima! Strascico sul foglio protocollo la penna biro che asseconda fedele il movimento svogliato della mia mano destra e, tra un sospiro ed un sommesso lamento, raggiungo l’agognata conclusione del mio lavoro di oggi. Una rapida riletta e mi rendo conto che non è un gran che, ma decido di affidarmi alla magnanimità del collegio giudicante. La sufficienza dovrei raggiungerla comunque.
Non vedo l’ora di lasciare l’aula, per questo consegno senza aspettare che Feo completi la sua prova, chiedo l’autorizzazione alla prof e mi avvio verso la porta. Scambio un cenno d’intesa con l’amico, ancora chino sul compito, ed esco.
Piuttosto a terra, non tanto per la prova sostenuta, che peraltro dovrebbe raggiungere almeno la sufficienza, quanto per la noia suscitata dagli argomenti della prova stessa, scendo lo scalone e mi ritrovo sul piazzale della scuola. Il solito capannello dei compagni di classe circoscrive una disamina sull’operato di questa mattina e mi accorgo dello scarso entusiasmo che aleggia nell’aria. Evidentemente siamo concordi nel considerare la prova di lingua straniera scarsamente interessante ed ancor meno coinvolgente. Mi unisco all’avvilita compagnia in attesa che Feo e Franco ci raggiungano per intraprendere insieme il viaggio di ritorno a casa con il mitico torpedone protagonista del nostro andirivieni scolastico degli ultimi tre anni.
Sull’autobus, lo scoramento si placa gradualmente e, visto che la mattina successiva ci aspetta la prova di Educazione Artistica, indiscutibilmente poco impegnativa, decidiamo di prenderci un pomeriggio di pausa e concederci un po’ di svago.

venerdì 9 marzo 2012

terzo 1 di 3

Terzo – 1/3
14 giugno 1972, Scuola Media Statale “Dante Alighieri”. All’ombra di platani secolari, di fronte al porticato a quattro arcate, più di centocinquanta ragazzi quattordicenni, a parte le poche eccezioni di ripetenti ed il Pupo della terza “G” che compirà diciotto anni a settembre, ma lui non fa testo, sono ammassati fuori del portone ed attendono agitati il trillo della campanella. La nostra classe ha risposto in massa all’appello e, sotto le fronde di uno dei grandi alberi, siamo radunati a scambiarci le impressioni sulle inquietudini che ci hanno accompagnato nell’ultimo periodo e sulla notte appena trascorsa. Io, stranamente, sono piuttosto disteso. licenza media, esame tema, italiano, dentifricio, pubblicitàPurtroppo dobbiamo renderci conto che Nanni non è della compagnia, quest’oggi. Durante l’anno ha incontrato delle difficoltà per lui insormontabili, o forse non si è impegnato abbastanza, come ammetterà lui stesso, e si è perduto per la via. Non ha retto lo scontro con la Matematica, l’Italiano, il Francese che gli hanno giocato un tiro mancino e non è stato ammesso all’esame. Che peccato! Dispiace che non sia della partita.
Sorpresa! Paonazzo in faccia per lo sforzo, con le ruote della bici che slittano sulla cedevole ghiaia del piazzale, l’uragano Nanni si abbatte sul gruppo, impetuoso come un cavallone sulla battigia in una giornata di Libeccio. Abbracci, baci, pacche sulle spalle. E chi se lo aspettava! In un baleno, le facce, fino a quel momento seriose, si aprono in gioviali sorrisi.
«Ragazzi, non gliel’ho fatta a rimanere a casa! Non potevo mancare. Tre anni passati a condividere la stessa stanza… Non siate giù, me l’aspettavo, durante tutto l’anno scolastico non ho fatto niente per evitarlo.»
Questo è lo spirito di Nanni, il più pacioccone tra i compagni di classe, noi dovremmo consolarlo ed invece è lui che consola noi.
«Mi mancherete. Mi mancheranno le sbirciate verso Sonia.» – ed ammicca malizioso verso il prorompente davanzale della nostra compagna messo in risalto dall’attillata maglietta di cotone.
«Dovrò fare a meno delle gomitate di Stecco, fedele compagno di banco, durante la lettura di un passo dell’Odissea o di una poesia del Pascoli: chi mi sveglierà l’anno prossimo, se mi addormento tra un verso e l’altro?» ed indica l’amico magrissimo.
«Mi mancheranno soprattutto le litigate con Fulvio.» – ed accenna, all’indirizzo della mascella del compagno-avversario, un diretto destro che sfocia in un abbraccio quasi fraterno.
Diventa serio, e noi con lui.
«Solo ora mi rendo conto che, se mi fossi impegnato appena un po’ di più, magari per il rotto della cuffia, avrei potuto provarci anch’io. Bene! Ora non mi deludete:» – urla – «andate e fateli neri!» Il grande Nanni emerge di nuovo – «Io mi rifarò l’anno prossimo. Farò da babbo ai miei nuovi compagni. I piccinaccoli!»
Driiiiiin! Il trillo della campanella ci coglie di sorpresa, intenti com’eravamo a dare a Cicciobello la soddisfazione che merita.
La bidella ha premuto il pulsante alle otto e venti precise e la massa si muove in un’unica direzione invadendo l’androne e poi le scale destrorse. Nanni ci saluta appoggiato al tronco del platano. Dalla finestra del mezzanino lo vedo che inforca la bicicletta e si allontana mesto. Al primo ed unico piano del fabbricato, una vetrata separa il pianerottolo delle scale dal corridoio della scuola. Sulla destra è situato il bancone a ferro di cavallo che fa da quartier generale alle custodi. La terza “A” si dirige da quella parte ed io con lei, nell’aula in fondo al corridoio che per tre lunghi anni è stata palcoscenico delle vicende scolastiche dei ventitré protagonisti di questo giorno importante. “Avremmo potuto essere uno in più e fare l’en plein” – mi suggerisce un ultimo pensiero rivolto a Nanni.
In classe ci attende la rossa d’Italiano, agghindata con un tailleur di lino beige con grandi bottoni d’osso, che dalla cattedra ci osserva compiaciuta, con le mani in mano, mentre ci accomodiamo ognuno ai rispettivi banchi. Feo ed io siamo al terzo banco, il penultimo della fila centrale, quella proprio davanti alla cattedra. Io occupo il posto di destra, lui quello di sinistra. Franco è all’ultimo banco della fila vicino all’unico finestrone, alla nostra sinistra, con la porta alle spalle e di faccia alla lavagna. Inevitabili i rumori d’assestamento delle sedie, che accoglieranno i nostri fondo-schiena per tutta la mattinata, di cartelle che si aprono, di vocabolari che si dispongono sui banchi e di penne che scattano in attesa di compiere il loro dovere. Il discorso d’apertura spetta alla prof, che ci augura un buon esame mentre distribuisce, a ciascuno di noi, due fogli protocollo vidimati con un timbro in rilievo del Ministero della Pubblica Istruzione, con l’avvertenza di restituirli entrambi anche se scarabocchiati. Consiglia di usarne uno per la brutta copia e l’altro per la bella. Apre la busta con i titoli dei temi da svolgere e li trascrive, in bella calligrafia, sulla lavagna nera.
Le ultime raccomandazioni:
«Ragazzi, ritengo superfluo suggerirvi di non copiare. Non ci provate con i temi già svolti. Se qualcuno di voi ha con sé un volume con temi del genere, apprezzerò molto se me lo consegna adesso e non ci saranno conseguenze alcune sull’andamento e sulla valutazione dell’esame. Come immaginerete, atteggiamenti del genere possono portare alla spiacevole sanzione d’annullamento del compito. Sono certa che non è il caso vostro, ma sono costretta a farvi queste raccomandazioni, come previsto dal cerimoniale. Un consiglio: scambiatevi pure delle opinioni, durante lo svolgimento, ma non esagerate, potreste arrecare fastidio ai compagni, concentrati sul loro lavoro, e potreste minare la vostra concentrazione. In bocca al lupo!»
In coro: «Crepi!» e si comincia.
Piego longitudinalmente i fogli a metà, in modo che ogni facciata sia costituita da due colonne, ed esamino i titoli alla lavagna: uno di storia, uno d’attualità, ed il terzo di letteratura.
M’invade la consueta angoscia da compito d’Italiano e sono combattuto tra l’analisi del ruolo di Garibaldi nell’Unità d’Italia ed il vestire i panni di un novello Pubblicitario che promuove insostituibili prodotti. Scarto a priori le considerazioni sull’Ermetismo Italiano da Ungaretti a Quasimodo.
Ponderare bene e scegliere l’argomento giusto senza dar luogo ad uno dei soliti rimpianti! Un imperativo assoluto: vietato andare fuori tema!
Un rapido sguardo vaga per la classe. Tutti assorti nella contemplazione della lavagna ed anche Feo appare indeciso ma, se lo conosco bene, probabilmente la sua preferenza ricadrà su Garibaldi e le sue mille camicie rosse.
Ho scelto. Vado per il pubblicitario e brevetto un dentifricio il cui nome è tutto un programma: Sanident. Mi avvalgo del ricordo di alcune caratteristiche riportate sulle confezioni e sui tubetti che hanno transitato nel mobiletto del bagno di casa mia e, in un cocktail di ragionamenti, le amalgamo con le notizie fornite dai filmati pubblicitari della televisione. Il gioco è fatto. Abbasso la testa e la fedele Bic dal fondo rosicchiato scorre sul foglio protocollo a righe come un bob a quattro alle Olimpiadi invernali, lasciando promettenti scie d’inchiostro blu scuro. La mia creatura è a base d’essenze di menta ed eucalipto, contiene fluoro a volontà ed un’innovativa sostanza, la lucidina, che rende i denti bianchi e splendenti degni del più smagliante sorriso da sfoggiare in un filmato di Carosello. Il rivoluzionario composto è inoltre un anti-tartaro per eccellenza che reagisce drasticamente con le molecole di calcio e sali derivati, contenute nella saliva, nell’acqua e nei cibi in genere. Ma il fiore all’occhiello del mio dentifricio è l’azione antisettica della lucidina che previene in maniera assoluta la formazione della placca batterica e dell’inevitabile carie dentale. Sulla confezione, bianca con ghirigori gialli, arancioni e rossi, è raffigurato un affabile coniglietto, anch’esso bianco, con i grandi incisivi candidi in primissimo piano ed uno spazzolino da denti rappresentato di tre quarti. Nel filmato pubblicitario a cartoni animati, due coniglietti gemelli, Sanny e Ronny, con l’effigie della mia mascotte, si sono da poco alzati dal letto e si apprestano a lavarsi i denti. Sul lavandino: due tubetti di dentifricio, il Sanident ed un altro qualsiasi. Ronny usa il dentifricio del tubetto qualsiasi, mentre Sanny presta attenzione a prendere quello del Sanident. Dopo una mattinata passata a giocare e saltellare spensieratamente per i prati, rientrano a casa dove la mamma ha preparato un pranzo a base di vari appetitosi ortaggi: sedani, finocchi, erba cipollina e le immancabili carote. All’unisono i due protagonisti si abbuffano ma, mentre Ronny vede le stelle a causa di un dolore lancinante che attanaglia la sua dentatura al primo morso dato ad una tenera costola di sedano, Sanny addenta senza alcuna difficoltà una carota gigantesca recitando lo slogan:
“Occhio per occhio, dente per dente.
Occhio a Sanident, o il dente è perdente!”
…mentre la confezione del dentifricio passa in primo piano sullo schermo televisivo ed una voce fuori campo recita:
“SANIDENT. Il modo migliore per la protezione
e lo splendore dei suoi e dei tuoi denti.”
“Va bene, va bene, come slogan non è il massimo, ma ne ho sentiti di peggio alla televisione!” – rimugino.
La brutta copia sembra un campo di battaglia dopo il passaggio del fronte, con fregi, cancellature, scarabocchi, riporti e tutto il resto, ma sono piuttosto soddisfatto, nella speranza che pure la prof apprezzi. Giusto il tempo di ricopiare in bella copia, solo sulla colonna di sinistra delle facciate del foglio protocollo, che siamo arrivati quasi a mezzogiorno. Un bel po’ dei miei compagni ha già consegnato, compreso Franco. Feo non ha ancora finito, ma noto che oramai è agli sgoccioli. Aspetto pochi minuti che anche lui concluda il suo componimento e, quasi contemporaneamente, consegnamo entrambi i fogli utilizzati, dopodiché riponiamo penna e vocabolario nei rispettivi zaini, ce li mettiamo sulle spalle e, con l’autorizzazione dell’insegnante, ci avviamo verso l’uscita.
…e la prima è andata!
Nel cortile della scuola incontriamo di nuovo Franco che ci sta aspettando, ci soffermiamo a commentare il compito con gli amici, ma, nel frattempo, vediamo arrivare l’autobus che deve riportarci a casa, quindi salutiamo tutti, nell’attesa di rivederci la mattina successiva.
Poche parole ci sfuggono nel breve tragitto dell’autobus da scuola a casa, e vanno poco oltre la comunicazione reciproca del titolo del tema scelto: siamo ancora spossati dalla mattinata stressante.
Feo saluta e scende dalla porta anteriore dell’autobus, Franco ed io scenderemo tra due fermate e c’incammineremo in direzioni opposte per raggiungere le rispettive abitazioni.
A casa il pranzo è pronto, mi siedo a tavola e mangio di gusto, mentre riassumo, in poche parole, il contenuto del mio tema incontrando l’approvazione di mia madre. Una breve pausa di relax sul terrazzo e mi butto di nuovo sui libri, per gli ultimi ritocchi prima del compito di Matematica di domani mattina.
Il pomeriggio scorre lentamente tra quaderni a quadretti ed esercizi presi dalle ultime pagine del libro di testo. Verso le sei e mezzo il campanello del portone trilla: è Feo, completamente nel panico.
«Non ricordo più niente. Mi sono provato a fare mille esercizi e non ne ho finito neanche uno. Come si risolvono i sistemi a due incognite? …e le radici quadrate? Mi sono dimenticato perfino il Teorema di Euclide! Per me è finita!»
Classica manifestazione di stress-da-esame. Feo ed io abbiamo sempre avuto risultati più che soddisfacenti a Matematica, per cui non c’è motivo di preoccuparsi.
«Non ti angosciare, al massimo ti bocciano» – rispondo cercando di sdrammatizzare, mentre mi alzo in piedi. Feo mi guarda con aria stralunata. Poi la sua espressione s’incupisce, strabuzza gli occhi, diventa rosso in faccia e mi assale impetuosamente come se volesse uccidermi, mentre me la rido spudoratamente cercando di parare il colpo.
«Bell’amico, sei! Io sono nel dramma e tu mi prendi in giro!» E giù botte. «Ci ridi pure sopra!» Mi difendo come posso dal ciclone, continuo a ridere e, nel parapiglia, finiamo su una delle due poltrone allorquando, finalmente, Feo si calma.
«…e ora che cosa m’invento per domani? Un repentino colpo di spugna ha cancellato dal mio cervello tutte le cognizioni di Matematica, come una cimosa pulisce la lavagna. In queste condizioni potresti persino convincermi che due più due fa tre.»
Cerco di tranquillizzarlo, ma non è facile.
«Andiamo a fare due passi, prima di cena?»
«Va bene!» – risponde.
Passiamo un’oretta a spasso per le stradine del nostro quartiere ed affrontiamo molti argomenti, tra cui l’esame, ovviamente, l’ultimo scudetto, ovviamente della Juve, con il nostro Milan che si è classificato al secondo posto, e qualche commento sulle ragazzine del paese. Incontriamo un po’ di gente, ma nessuno che valga la pena di coinvolgere nella nostra conversazione: ci limitiamo a saluti di circostanza e proseguiamo nella rinfrancante passeggiata. Tra un discorso e l’altro si avvicina l’ora di cena, Feo è più tranquillo e mi auguro che la passeggiata abbia ripristinato le sue cognizioni matematiche. Siamo giunti di nuovo al cancello di casa mia e qui ci salutiamo dandoci appuntamento a domani, alla fermata dell’autobus. Cena, un po’ di televisione con i miei e poi a letto, a riposare le membra, ma soprattutto i neuroni, in vista della seconda prova d’esame.

domenica 22 gennaio 2012

secondo 2 di 2

secondo – 2/2
Finito di mangiare scendo di corsa le scale, inforco la bici, una Viner superleggera celestino pallido da vero ciclista, e, come una saetta, arrivo a casa di Feo che si gode il sole sulla poltrona del terrazzo vicino al nonno, un ometto simpatico che spesso ci allieta con sardoniche battute. Feo scende in giardino. Io rimango in bicicletta, seduto sulla canna, il piede sinistro sul pedale, il destro per terra e le braccia conserte, appoggiate sul manubrio d’alluminio foderato di nastro telato in tinta col colore della bici. Feo posa gli avambracci sulla traversa del cancello di ferro battuto nero che ci separa. Appoggia il mento sui pugni chiusi disposti a piedistallo:
«Come stai?» – mi chiede.
«In forma smagliante e tu?»
«Mai stato meglio. Ma… Ha telefonato Franco.» – sorride furbescamente – «La serata ha avuto il suo effetto. O forse la birra ha avuto il suo effetto. Non ha mai dormito. Ha vomitato, ed è ancora a letto col mal di testa. Ha detto che oggi non esce, non studia e non fa niente, cercando di recuperare le forze».
… … …
Ci scambiamo uno sguardo complice e ci abbandoniamo ad una fragorosa risata: sul terrazzo si scuote perfino il nonno che si volta verso di noi con aria interrogativa.
«Non è niente, nonno, continua pure la tua siesta!»
«Perché ridi? Sta male davvero!»
«…e tu perché ridi?»
«La bionda spumeggiante ha fatto un’altra vittima.»
«La sera… leoni e la mattina… coglioni, recita un vecchio adagio.»
«Era il più entusiasta, quando ha visto lo Zingaro avvicinarsi al nostro tavolo con le bottiglie, ed è stato anche il primo che ne ha visto il fondo. “questa bottiglia è bucata” – diceva – “portane un’altra”».
«Meno male che lo Zingaro ha badato a tenerlo a freno, limitando adeguatamente la fornitura di birra.»
«Prima di rientrare, la notte scorsa, sulla panchina, aveva dato i primi segni di cedimento. Ha appoggiato la testa sulla mia spalla e, mezzo addormentato, mi avrebbe sbavato sulla camicia come una lumaca in agosto, se non fossi stato lesto a tirarlo su!»
«Io l’ho appena assaggiata».
«Io pure».
«Non ho voglia di studiare, con questa bella giornata!»
«Nemmeno io ce l’avrei, ma purtroppo…»
«Due tiri al campino?»
«OK! Solo due tiri, poi a studiare!»
Mi lancia un pallone preso da dentro il garage, tira fuori la sua bici rossa, salta sulla sella, esce dal cancello e via, più veloci della luce. Al campino c’è già un bel po’ di gente, il nostro pallone non serve, ce n’è già un che ballonzola nei pressi di una delle porte.
Il campino, come lo chiamiamo noi, è il ritrovo omnistagionale dei ragazzi del paese appassionati di calcio e non. Se si eccettuano gli impegni d’ogni singolo per i rispettivi allenamenti con le selezioni giovanili della squadra locale, gli amanti della sfera di cuoio si ritrovano sempre lì. A qualunque ora del pomeriggio, il campino è il punto focale dell’attività ludico-sportiva paesana. È un prato, costituito da ciuffi d’erba variamente consistenti, intervallati a spiazzi di terra nuda responsabili dei ricami a carta geografica che decorano le nostre ginocchia ed i nostri gomiti. Pali, traverse di legno, tutt’altro che dritti, ed avanzi di rete da pesca trovati sulla spiaggia, costituiscono due strutture dall’equilibrio precario che vagamente assomigliano a porte di calcio. Inesistenti, ovviamente, le linee di demarcazione del campo: la discriminazione di quando è fallo laterale, calcio d’angolo o calcio di rinvio genera discussioni interminabili basate più sulla convenienza del momento che non sull’obiettiva analisi della situazione. È il nostro piccolo San Siro, lo Stadio Comunale dei Poveri, l’Artemio Franchi del mare che sfoggia quotidianamente accaniti derby paesani coloriti da sporadiche risse pacificamente acquietate con sollecitudine dai più grandi del gruppo. In mancanza di tribune, ogni tanto qualche gruppetto di ragazzine, in vena di mettersi in mostra, si schiera lungo le immaginarie linee di delimitazione del campo. In quelle circostanze le energie profuse dal singolo aumentano all’ennesima potenza per emergere sul gruppo e farsi notare dalle interessate ed interessanti spettatrici. I festeggiamenti, per un gol siglato alla presenza del gentil sesso, assumono proporzioni paragonabili alla vittoria nella finale della coppa Rimet di calcio. Fino a poco tempo fa era anch’io un assiduo frequentatore del campino, ma, col crescere, le presenze si sono gradualmente diradate, come per tutti i miei coetanei, fino a diventare quasi sporadiche. Un po’ mi dispiace.
Oggi la compagine è abbastanza nutrita e su tutti spiccano la divisa della Juve di Ghigo, con l’undici di Bettega, e gl’immancabili Beppino, con la maglia rosso-nera di Rivera, e Marco con quella verde-oro di Pelè, entrambe col numero dieci sulle spalle. Le bici sono comodamente coricate sull’erbetta dietro ad una delle porte e, simili a villeggianti avide d’abbronzatura, sembrano bearsi al caldo sole pomeridiano di giugno. Vicino ad un palo della stessa porta, magliette e leggeri giubbotti sono stati accumulati in una specie di guardaroba campestre. Ci aggreghiamo all’allegra compagnia che ci accoglie con entusiasmo. Via la maglietta. Un cross da destra, un colpo di testa, un cross da sinistra, una mezza rovesciata, chi fa gol va in porta, sfida ai rigori, gooool. Che caldo!
In men che non si dica siamo sudati come cavalli nelle sere d’estate all’ippodromo dopo la Coppa del Mare: sembra che siamo stati inzuppati nella vasca dei pesci, in piazza. L’arsura ci attanaglia la gola, la lingua sembra fatta di carta vetrata a grana grossa e gratta la volta palatina. Non ci resta che una rapida risciacquata ed una sontuosa bevuta d’acqua fresca alla fontanella del Comune, prima di fare ritorno a casa, dove ci aspettano i libri di scuola.
Ci sbracciamo in un saluto frettoloso e, al contrario della maggior parte dei ragazzi che rimane a giocare, Feo ed io inforchiamo i cavalli d’acciaio e ci avviamo verso le rispettive abitazioni.
Sistemo la bici in garage, dove il babbo, con un ampio grembiule grigio e lo scalpello in mano, è intento nei suoi lavoretti di tornitura del legno. Un bel lampadario, ricavato da un ciocco d’ulivo, è appeso in mezzo al soffitto del garage, una colonnina venata da striature scurissime si erge in un angolo e la miniatura di un seggio regale, appena lucidata, fa bella mostra sopra ad un ripiano nelle vicinanze. Un saluto e salgo le scale a tre scalini per volta.
«Sono rientrato!» – ad alta voce.
Dal terrazzo una specie d’eco rimanda qualcosa che assomiglia ad un saluto.
Camera mia, mi siedo alla scrivania di noce e non ho che l’imbarazzo della scelta tra i testi scolastici ed i quaderni allineati sulla libreria di fronte a me.
Vediamo… vediamo… Storia.
Tiro giù il volume e lo apro, ma, alle mie spalle, avverto dei passi felpati. Visto che a quest’ora del pomeriggio i ladri e gli scassinatori sono in pausa, non può essere che la mia sorellona. Lei è sposata da qualche anno e già un nipotino gironzola ogni tanto per la casa. La sua abitazione è vicina alla nostra, i giardini sono confinanti, ed è consuetudine vederci piuttosto spesso. Mi appoggia teneramente la mano grassottella sulla testa scarruffandomi un po’ i capelli. Poi la stessa mano scivola sulla mia spalla, mentre lei si accosta alla scrivania.
«Siamo vicini al grande momento. Sei preparato?»
«Credo di sì, ma ogni giorno che passa ne sono sempre meno sicuro. Ho l’impressione che più studio e più le cose mi passano di mente».
«È normale. Dai! Un ultimo sforzo e vedrai che quando l’esame sarà finito ti accorgerai che non è stato poi così difficile.»
«Me lo auguro.» Rivolgo la sedia verso di lei. «Tu come hai passato il periodo degli esami?»
Sorride.
«Nella pausa tra l’ultimo giorno di scuola e la prova orale, l’ultima dell’esame, quasi non dormivo più e mangiavo come un uccellino. La mamma era preoccupata, ma io avevo un irremovibile crampo alla bocca dello stomaco provocato dall’ansia che si era generata dentro di me. Leggevo, studiavo, ripassavo, impiegavo giornate e serate intere sui libri e, come te, sembrava che, col passare del tempo, disimparassi ciò che avevo appreso durante l’anno. E l’ansia cresceva col calare dei giorni che mi separavano dall’esame. Poi arrivò il dì a lungo indesiderato e le mie ansie si dissolsero. Il tema d’Italiano, il compito di Matematica, la prova di Francese insomma, le verifiche scritte e quelle pratiche non mi preoccupavano, quello che temevo, ovviamente, era la schiera di professori da affrontare tutti in una volta. Uscendo dalla scuola, dopo la prova orale, mi resi conto di quanto sciocco fosse stato preoccuparmi così tanto per una cosa di ordinaria amministrazione. Si è semplicemente trattato di un’interrogazione un po’ più lunga del consueto. Per questo il mio consiglio è di non preoccuparti, anche se so che non è facile.»
Nel frattempo fa il suo ingresso il marmocchio, che probabilmente si era intrattenuto con la nonna sul terrazzo, e mi affronta festante con l’entusiasmo tipico della sua età. Il biondino tutto pepe monta con impeto sulle mie ginocchia e mi travolge in un abbraccio prorompente. Mi scruta con gli occhioni grigi. Le guance paffutelle ed il naso a ballotta, piuttosto ricorrente nella nostra famiglia, gli conferiscono un aspetto birbante.
«Giochiamo zio?» – mi chiede fiducioso.
La situazione contingente mi costringe a rifiutare l’allettante proposta e, dopo lo scambio frettoloso di poche coccole, la mamma lo prende per mano e lo invita a seguirla spiegando che non è il momento adatto. Un’ultima strapazzata, un bacino sulla fronte e, a malincuore, il piccolo esce dalla mia stanza, seguendo mesto la mamma.
Passano inesorabili i giorni durante i quali le uscite sono sempre più rare, il caldo è sempre più soffocante e le crisi di paura-da-esame diventano sempre più frequenti. Anche con Feo ci siamo visti solo sporadicamente, entrambi invischiati in una tela invisibile che un immaginario gigantesco ragno ha intessuto tra la scrivania, la sedia e la libreria, utilizzando, come supporto, i libri di testo. Invischiati tra l’Odissea e l’Ermetismo di Ungaretti, i sistemi binari e le equazioni algebriche, un pourquoi ed un parseque, ci concediamo gli ultimi sussulti tali e quali a mosche che attendono inermi l’ora funesta. Durante i saltuari incontri, i nostri colloqui svariano dal “non ne posso più” al “ma quando finirà” passando per un apparentemente, ma ingannevolmente, definitivo “io non mi presento” dettato da un motto quasi isterico.

mercoledì 14 dicembre 2011

secondo 1 di 2

Secondo – 1/2
La voce cordiale di mia madre mi avverte che è quasi mezzogiorno. Dal tepore che avvolge la mia cameretta mi rendo conto che è una giornata stupenda. Socchiudo gli occhi. Con l’avvolgibile della finestra quasi totalmente abbassato, l’ambiente è in penombra ed intravedo le sagome familiari dell’arredamento e relative suppellettili da me disposte in ordine sparso nel corso degli anni. Mi scopro la parte alta del corpo ed indugio ancora un po’. Sulla mensola superiore della libreria, che sovrasta lo scrittoio, sono schierati modellini di moto di grossa cilindrata ed auto da rally dai colori sgargianti che attendono un inverosimile: pronti? via! Sulla sinistra, un vasetto ricoperto di creta colorata, frutto di un lavoro realizzato in quinta elementare, riproduce in altorilievo la faccia divertente di un pagliaccio dai capelli gialli e rossi attorniato da coriandoli, stelle filanti, clave ed anelli colorati caratteristici del mondo circense. Libri di varia natura, ma soprattutto testi scolastici, sono allineati sulla seconda mensola della libreria e, più sotto, quaderni ammonticchiati uno sopra l’altro occupano il ripiano inferiore. La scrivania, ricoperta da un vetro anti-graffio, è occupata da penne, porta penne, un piccolo calendario perpetuo, un minuscolo mappamondo ed un artistico tagliacarte che raffigura una spada di Toledo, ricordo del viaggio di nozze in Spagna di mia sorella. Oltre all’armadio, che si trova ai due lati della scrivania, due comode poltrone di pelle marrone, di forma classica e molto pratica completano l’arredamento ai lati di un piccolo tavolo sul ripiano del quale è intarsiata una scacchiera. I jeans, la maglietta ed il golfino indossati la sera prima giacciono abbandonati sullo schienale della poltrona più vicina alla porta, nell’attesa che si compia il loro destino nel cesto dei panni sporchi. Mi siedo sul letto stropicciandomi gli occhi, butto giù le gambe, i piedi cercano a tastoni le pantofole e, dopo un ulteriore minimo indugio, mi alzo a fatica. Le scarpe ed i calzini tirano tuttora il fiato, sparpagliati sul lucido pavimento di graniglia. Apro la finestra, rivolta a sud, sollevo la tapparella ed il sole, splendente nel cielo terso, ferisce le mie pupille assonnate inondando la stanza di calore e di luce. Effettivamente la giornata si presenta nel modo più radioso. Una rondine sfreccia fulminea nel cielo a pochi metri da me, mentre altre volteggiano in lontananza riempiendo l’aria circostante di striduli garriti.
Mi stiracchio, mentre uno sbadiglio tende spasmodicamente le mie guance e la bocca si spalanca raggiungendo dimensioni da far invidia ad un ippopotamo che sonnecchia nelle acque calme e limacciose del Nilo. Dalla finestra, sulla sinistra, mi colpisce l’albero di nespole giapponesi che esibisce, orgoglioso e spavaldo, frutti in avanzato stato di maturazione dalla buccia lucidissima e di una vivace colorazione giallo-arancione, in netto contrasto con il verde scuro del fogliame circostante. Dalla parte opposta, invece, scorgo frutti ancora verdognoli tra le folte fronde del maestoso albicocco: dovremo aspettare almeno un’altra ventina di giorni prima di poterli assaggiare. In mezzo, in prossimità del pozzo, un piccolo albero di ciliegie è stato ormai quasi del tutto razziato della propria mercanzia e poche sferette rosse spiccano inframmezzate al rado fogliame. Nell’orto di fronte Sergino, il vicino di casa, è intento a zappare di buona lena la terra per accudire a non so cosa. Pantaloni corti color kaki e canottiera blu a coste costituiscono l’adeguato abbigliamento integrato da un cappello di paglia a falda larga che ripara dal sole cocente la sua testa e la parte superiore delle spalle, già abbondantemente abbronzate. Le scarpe pesanti ed i calzini corti, di lana grossa, gli consentono di camminare con incedere deciso e privo di difficoltà in mezzo alle scabre zolle. Ogni tanto si raddrizza, si terge il sudore dalla fronte e, con uno sputo deciso, lubrifica l’attrito tra le ruvide mani, ricoperte da calli, ed il legnoso manico del marrone. Tra filari di pomodori verdi e rossi, rigogliose piante di piselli, fagiolini, peperoni, zucchini ed altri ortaggi, procede speditamente nel preparare il solco ad accogliere i semi di chissà quale verdura di stagione. Sullo sfondo, sul campanile della chiesa, le bronzee campane hanno iniziato il consueto movimento oscillatorio che, in breve, le porterà a percuotere il rispettivo batacchio: pochi secondi ed un festoso scampanio riecheggia puntuale nell’aria per avvisare i paesani che è giunto mezzogiorno.
Trascinando le pantofole, m’infilo un paio di calzoncini corti e mi affaccio in cucina dove un buon odore di ragù di carne annuncia che fervono i preparativi per l’imminente desinare.
«Buongiorno!»
«Buongiorno! Dormito bene? Ti ho sentito rientrare, questa notte: sarà stata l’una e mezza. Com’è andata la cena, tutto bene?»
“Me l’immaginavo” – penso tra me e me – “Eppure ho fatto tutto così silenziosamente! Quando sono rientrato non dormivano, figuriamoci. È normale”.
«Si! Lo Zingaro era in forma abbagliante ed ha fatto la sua buona figura. Le portate erano appetitose ed abbondanti. I ragazzi si sono alzati da tavola soddisfatti, ed i professori pure». Pausa. Fiuto con gusto gli aromi della cucina come un segugio in cerca della preda nel giorno d’apertura della caccia.
Una transitoria apparizione sul terrazzo, che domina la parte posteriore del giardino di casa, dove pochi alberi da frutto ed aiuole di fiori si alternano in un’armonia di colori e di profumi, e continuo nell’opera di stiracchiamento delle membra ancora intorpidite. Rientro. Ritorno verso il corridoio, mi avvicino al bagno. Apro la porta, affronto il water con atteggiamento indolente dopodiché appoggio le mani sul bordo del lavandino, fisso il rubinetto, poi il buco di scarico, di nuovo il rubinetto, guardo di fronte a me… Di soprassalto mi accorgo che un losco figuro mi sta fissando dritto negli occhi. È grottesco! Gli occhi si manifestano gonfi e ridotti a minime fessure da intricate ciglia attraverso cui s’intravedono appena le iridi castane; le folte sopracciglia nere, aggrottate, rendono ancor più truce il bieco sguardo; labbra pendule, semichiuse ed arcuate verso il basso a simulare un ghigno degno di un mastino napoletano a cui sia stata calpestata la coda; il naso a patata è leggermente arrossato; i capelli, come serpenti neri, ricordano vagamente la mitologica Medusa; la pelle del viso è raggrinzita da leggeri solchi rossastri. Praticamente un mostro. Ma no! Sono io! È lo specchio che mi ha tradito! Sono gli effetti del cuscino che mi ha maltrattato per tutta la notte, il bastardo. Mi ha malmenato, il caino. Mi ha sfregiato la faccia, l’infame. Mi ha ridotto uno straccio, il malvagio. Che fine ha fatto quel ragazzino dalla faccia pulita, pressoché imberbe, che ieri ha passato la sua prima serata vera da quasi adulto? Quello che ha preso l’aperitivo da Doriano attraendo come una calamita la deliziosa brunetta del juke-box?
Già è vero! La mia Biancaneve. Ecco che mi ritorna in mente (toh! Il titolo di un’altra canzone di Battisti!). Ammetto che, forse per la serata un po’ particolare, per la situazione che si è creata nonché, sicuramente, per la dolce ma fugace complicità della ragazzina, il ricordo genera nella mia mente un inconsapevole imbarazzo accompagnato da una leggera emozione. Tutto si è evoluto così rapidamente! Iniziato e concluso dando a stento il tempo di rendersene conto. Nell’arco di mezz’ora, il colpo di fulmine si è dileguato come un temporale notturno di mezza estate. Uno scroscio di pioggia a catinelle allaga le strade che assumono le sembianze d’impetuosi fiumi in piena, qualche lampo squarcia il cielo illuminando la notte come se fosse giorno, tuoni fortissimi da spaccarti in due e, poco dopo, più niente, con la luna e le stelle che tornano pallide a fare capolino tra le nuvole che si diradando rapidamente.
M’infilo veloce sotto il potente getto della doccia che, con il rubinetto aperto al massimo, ritempra energicamente le mie membra rattrappite. Uno shampoo abbondante, un massaggio veloce di bagnoschiuma e sono di nuovo in perfetta forma. Indosso l’accappatoio, metto i piedi sul tappetino di spugna e strofino vigorosamente i capelli che si asciugano velocemente: non ho mai usato il phon, la compattezza della mia capigliatura le consente di asciugare con pochi veementi colpi d’asciugamano. Emergo dalle pieghe di spugna di accappatoio ed asciugamano ed i capelli, neri e crespi, sono ancora più indemoniati di prima. Mi accorgo che sto fischiettando un’arietta senza senso: è evidente che il ricordo della serata appena trascorsa e la corroborante doccia mi hanno reso di buon umore, facendomi temporaneamente dimenticare che tra qualche giorno mi aspetta la prova d’Italiano dell’esame di Licenza Media.
Un salto in camera, apro un cassetto, mi tolgo l’accappatoio per indossare gli slip, una maglietta ed un paio di calzoncini corti e ritorno nel tinello dove la tavola apparecchiata ed un buon odore ancora più appetitoso mi fa arguire che il pranzo è quasi pronto. Mi reco di nuovo sul terrazzo, giusto il tempo per stendere ad asciugare l’accappatoio umido, e di nuovo dentro. Vista l’ora tarda, per oggi dovrò fare colazione con gli spaghetti. Mi rendo conto che è sabato: il babbo è a casa e sta salendo le scale per approssimarsi a sua volta al desco. Ci scambiamo una pacca sulla spalla e lui mi paga con un sorrisetto complice, come se avesse sentore di qualche mia nuova esperienza della sera precedente. Lo lascio credere. Mangio con gusto, mentre i miei pongono qualche domanda, per altro molto discreta, sull’andamento della serata recentemente trascorsa.
Faccio un po’ di cronaca della cena, soffermandomi sui particolari più divertenti, sorridiamo insieme noncuranti della televisione che, accesa a basso volume, trasmette le solite notizie di rimpasto del governo, di code sulle autostrade per le orde di turisti che calano dal nord per il fine settimana e dell’imminente sciopero dei benzinai per il rincaro del prezzo dei carburanti.

giovedì 13 ottobre 2011

primo 3 di 3

l’ultima parte del primo capitolo
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Ci appropinquiamo alla zona ristorante, la cui copertura è assicurata da un’ampia tenda rosa-salmone sorretta da una robusta intelaiatura d’alluminio anodizzato. La mantovana esterna riporta, a caratteri cubitali blu, il nome della pensione adiacente. Tovaglie celesti coprono i tavoli apparecchiati con tovaglioli dello stesso colore, candidi piatti con la stampa del nome della pensione, splendenti calici e luccicanti posate d’acciaio. Immancabili, al centro d’ogni tavolo, trovano posto il cestino di vimini con le buste dei grissini e la saliera in vetro e acciaio, con tanto di stuzzicadenti Samurai. Oltre la porta a vetri, che separa il giardino dai locali interni, posate, piatti e bicchieri attendono, sopra ad un mobiletto, il loro turno nel rimpiazzare le stoviglie sporche nel prosieguo della cena. Nella penombra s’intravede la Reception, come lo chiama lo Zingaro, con tanto di bancone in legno laccato bianco in stile non identificato, citofono, pannello delle chiavi delle camere, non più di una dozzina, ed un classico campanello, in lucidissimo ottone, per richiamare l’attenzione del portiere nel caso fosse assente. Sul pannello delle chiavi, spiccano portachiavi al limite dell’inverosimile: campane di un abbagliante rosso rubino di dimensioni assolutamente sproporzionate, sul fondo delle quali è riportato il numero della camera rosso su sfondo blu. La chiave in lega d’acciaio è appena visibile, al cospetto di cotanto accessorio e, se il peso rispecchia le dimensioni, sfido chiunque a dimenticarsi di consegnare il tutto al portiere, prima di uscire dall’albergo. Una passatoia rosso scuro bordata di beige, tesa alle estremità da sbarre d’ottone lucidissimo, completa l’arredamento della Reception ed accompagna i clienti fino alle scale che portano ai piani superiori e, quindi, alle camere.
Nel clamore generale arriva il ritardatario Alberto, biondissimo, alto, discretamente agghindato: è apparentemente trafelato, ma a noi non la fa, sappiamo tutti che si tratta di una posa per giustificare il ritardo.
Ora siamo veramente al completo. Prima di accomodarmi ho il tempo di un’altra sbirciata verso il tavolo della confinante pizzeria. Allungo invano il collo oltre la siepe divisoria. Intravedo una testolina bruna, ma non è più tempo. Feo si aggrappa alla mia camicia tirandomi giù e cado seduto sull’impagliatura della sedia di legno, mentre lui prende posto alla mia destra e Franco a sinistra. Sono di fronte a Fiorenza che parla, come al solito, come un vecchio disco incantato sul solito microsolco. Sonia, alla sua sinistra, ha già dato segni di scoramento. E siamo solo all’inizio.
I professori si accomodano compostamente ad un capo del tavolo con quello di Applicazioni Tecniche che fa il cascamorto con occhi dolci di Matematica: la precede nella marcia di avvicinamento al tavolo, la invita a sedere con un gesto della mano sinistra, le sposta la sedia e poi la fa accomodare prendendo a sua volta posto inesorabilmente di fronte a lei. Il prof di Disegno, il più anziano, lo guarda di straforo, al di sotto delle folte sopracciglia grigie, poi si accorge che anche noi abbiamo notato il tentativo d’approccio, si volta verso di noi, un accenno di sorriso a bocca storta, ci fa l’occhiolino e poi dondola leggermente la testa, con fare compassionevole, all’indirizzo dell’improbabile gigolo. Si siede nei paraggi, ma in cuor suo vorrebbe venire vicino a noi. È il più forte di tutti, come al solito. Nelle immediate vicinanze dei professori, ovviamente, siedono le immancabili cocche, quelle del primo banco, quelle che alzano sempre la mano, quelle che finiscono il compito sempre per prime e te lo fanno pesare con un sospiro, con il quale accompagnano il clic del cappuccio che serra l’inseparabile penna stilografica. La penna stilografica. E chi la usa più, la penna stilografica. Non è pratica, macchia, è facile a rompersi, devi avere a portate di mano la cartuccia di ricambio perché l’inchiostro finisce sempre nel momento meno adatto, consuma nero di china come una Formula uno in prova al circuito del Mugello. Ma perché, negli anni settanta, esiste ancora qualcuno che usa la stilografica? Per far colpo sui professori, è ovvio: bella calligrafia, maiuscole arricciolate, ombreggiature e miniature da frate Certosino. Io sono un accanito estimatore della fedelissima nonché affidabile Bic blu, con tanto di cappuccio morsicato, fedele compagna delle vicissitudini scolastiche di molti come me. Nel bene e nel male. Un colpo d’incisivi ben assestato al piccolo cappuccio posteriore ed eccola trasformata nella più micidiale arma delle aule scolastiche del dopoguerra: una cerbottana a pallini di carta rigorosamente ciucciati e masticati. Bersagli preferiti: il crocifisso, il calendario di Frate Indovino, il lampadario, la nuca di quei ruffiani del primo banco e la lavagna, ma solo nel caso in cui ci sia graficamente rappresentato qualcosa che assomigli, anche vagamente, ad un bersaglio.
Siamo, finalmente, tutti seduti e piuttosto ordinati, direi. Al contrario del solito, con i ragazzi da una parte e le ragazze dall’altra in gruppi ben distinti, questa sera, al nostro tavolo, non è stato rispettato alcun ordine del genere. Siamo una classe mista e come tale ci siamo disposti a tavola, in ordine più o meno sparso. Alcune delle ragazze sfoggiano occhi e guance moderatamente truccati, probabile concessione strappata ai genitori in cambio di chissà quale promessa, anche se nessuna di loro ha osato ravvivare le labbra d’impudico rossetto. Abbigliamento casual. Prevalgono jeans e magliette a maniche corte ma non mancano camicie, camicette e top perfettamente in sintonia con la tiepida serata e con la stagione in corso. Magliette e top aderenti mettono in risalto forme, in molti casi, acerbe ma che, non per questo, passano inosservate ai nostri sguardi a dir poco allupati. Ovviamente, i nostri occhi indugiano, soprattutto, su coloro che esibiscono, spavalde e provocatrici, articoli voluminosamente più esuberanti. A tavola, poi, le dolci prominenze superano di poco il limite del tavolo, risaltando ancora di più oltre il candido piatto.
Sonia, puppedoro, è quasi di fronte a me, leggermente spostata sulla sinistra ed indossa una maglietta di cotone giallo paglierino attillata all’inverosimile che lascia ben poco all’immaginazione; si riconosce perfino la trina del reggiseno e lo scollo a “V” scopre, anche se non di molto, un incavo nel quale sono già caduti, e tra l’altro si sono sperduti, gli occhi di quasi tutti i ragazzi del tavolo. Si pavoneggia candidamente compiacendosi di procurare appagamento, anche se soltanto visivo, alla bramosia degli imbambolati e stolidi compagni. Giurerei che pochi di noi hanno notato il purpureo papavero che spunta dalla costola della maglietta di cui orna simpaticamente la parte inferiore. Ma Sonia sa che fa parte del gioco e ne è consapevolmente soddisfatta.
I jeans di Maura sono un altro miracolo della natura: scoloriti, quasi bianchi, soprattutto sulle cosce e sul dietro, dove risaltano sfavillanti brillantini ad ornare le tasche posteriori, che a loro volta inguainano ciò che lei ha di più interessante. Un mandolino di glutei, degni del concerto di Ferragosto per archi e fiati in goppa a Posillipo. È in ginocchio sulla sedia vicina al capo-tavola alla mia sinistra, i piedi incrociati, china in avanti con i gomiti appoggiati sul tavolo e le mani che sostengono il mento rotondeggiante; si dimena come una bambina capricciosa senza rendersi conto di stuzzicare pericolosamente animi già abbastanza elettrizzati ed impulsi repressi a dir poco irrequieti.
Considerazioni a parte per il bell’Adone. Fulvio è il più alto di noi, capelli scuri, un ciuffo sulla fronte spesso rimosso con ampi movimenti del capo, occhi scuri e gran fisico da cestista. Le ragazze fanno sempre capannello intorno a lui. Questa sera è abbigliato con jeans bianchissimi, cintura di tela blu, in armonia con le scarpe da ginnastica, camicia a righe verticali non troppo sottili bianche e rosse ampiamente aperta sul petto vagamente villoso con tanto di catenina e crocefisso d’oro. Un golfino di cotone bianco sulle spalle contrasta con la discreta abbronzatura. Contrariamente al solito, ed inspiegabilmente, il gentil sesso, stasera, non sembra particolarmente ammaliato dall’avvenenza del bellimbusto che, almeno inizialmente, se ne rimane un po’ in disparte con nostro dispiacere. Due battute ed il mancato colpo ad effetto è solo un brutto ricordo: alla fine anche lui si butta nel mucchio per la gioia della spensierata compagina.
 L’unico neo nella fantasia di colori e d’indumenti è l’abbigliamento di Francesco, con i soliti pantaloni di fustagno corti quanto basta a scoprire il candido calzino ed i mocassini di vacchetta; la camicia a quadri modello Far-West, rigorosamente a maniche lunghe, è immancabilmente abbottonata fino al collo. Che non abbia altro nel guardaroba? Per tutto l’inverno ha indossato più o meno il solito abbigliamento, maglione più maglione meno, a dir poco stantio. Sembra già una persona anziana. Avesse i baffi e la pipa di radica tra i denti giallognoli, sarebbe già pronto ad impersonare la parte di suo nonno.
Con passo deciso lo Zingaro si avvicina con sei bottiglie d’acqua frizzante tenute per il collo dalle dita delle mani poderose. Appoggia le bottiglie sul tavolo in ordine apparentemente casuale. In realtà, ad un osservatore più attento non può sfuggire che ogni bottiglia è perfettamente al centro di quattro persone e prontamente Raimondo ritorna con altre due bottiglie che completano la fornitura d’acqua. Nonostante le nostre reiterate proteste, solo la zona riservata agli adulti è stata rifornita con due bottiglie di vino bianco frizzantino delle campagne locali. Ma lo Zingaro sa come accontentarci e ci allunga, di sottobanco, un paio di Peroni da tre quarti che in parte ci appagano.
Tra un vociare e l’altro, sbucano i piatti degli antipasti: un paio di fette di prosciutto San Daniele magro, altrettante di salame toscano, un crostino di fegatini di pollo e capperi ed una tartina con burro e salmone incorniciano un pugno di verdurine sott’olio tra cui spiccano un cetriolino, pezzetti di carciofo, di peperone, olivette ed altro. Vassoi di piccoli rosei calamari dalle teste tentacolate e gamberetti bianco-arancioni, anch’essi sott’olio, vengono dispensati lungo tutta la tavolata, alternati a terrine di cozze, vongole ed altri frutti di mare, ornati da una verde spolverata di prezzemolo tritato. Grandi spicchi di limone, dall’aspetto succoso, coronano le portate. Con gesti composti le mani svolgono i tovaglioli che vengono educatamente appoggiati sulle ginocchia. Qualcuno sceglie l’alternativa d’incastrare l’angolo del tovagliolo al colletto della camicia o della maglietta. Poi l’imprevedibile! L’abbuffata è generale. Brutta, la fame! Anche le signorine non disdegnano e, in men che non si dica, buste di grissini ormai vuote e briciole di pane rimangono sparpagliate sul tavolo a testimonianza dell’avvenuta libagione. Tovaglioli accartocciati giacciono vicino ai piatti. Placato l’impulso iniziale, ci gustiamo con più moderazione i primi piatti a base di cannelloni ripieni, tagliatelle ai frutti di mare e riso alla pescatora, il tutto servito in tavola da un Raimondo in perfetta forma che non risparmia simpatiche ed ironiche battute sui conviviali. Gli indecorosi ed avidi approcci introduttivi si placano definitivamente all’arrivo di un roast-beef al sangue, di sontuosi gamberoni in guazzetto e di una croccante frittura mista, con tanto di crognoli e trigliette, che vengono degnati di poche distratte attenzioni. Il tutto è completato dal contorno delle immancabili patatine fritte e di una multicolore insalata mista, su cui spiccano pezzetti di vermigli ravanelli, sottili filamenti di carote, cuori di carciofi nostrali tagliati a fettine e dorati chicchi di mais. Non desta scalpore il fatto che Nanni sia l’unico a dedicarsi ancora anima e corpo alle portate del banchetto. La classica merenda di Nanni, all’intervallo delle dieci, era costituita da due massicce fette di pane casalingo imbottite, a giorni alterni, da un’appetitosa frittata o da soppressata di maiale. Negli anni ha probabilmente sviluppato uno stomaco ed un fegato da record ed anche stasera non si smentisce. Mentre il cibo ha perduto per noi ogni attrattiva ed abbiamo dirottato i nostri interessi verso un’animata conversazione, con inevitabili lanci di palline di mollica di pane e buste vuote di grissini accartocciate, lui continua di buona lena a prendere a morsi i gustosi gamberoni. Nel frattempo la fornitura di Peroni è raddoppiata e qualcuno se ne sta approfittando. L’immancabile macedonia di frutta fresca, sormontata da un paio di palline di gelato di crema ed accompagnata da qualche bottiglia di spumante obbligatoriamente dolce, viene accolta con un entusiasmo che lo Zingaro dimostra di apprezzare molto. Nonostante il riacutizzarsi delle proteste per la mancata fornitura di vino, Raimondo considera caffè ed ammazza-caffè un’esclusiva del corpo docente.
La serata prosegue con gl’insegnanti che si avvicinano alla zona del tavolo di nostra competenza con l’intenzione di avviare una conversazione amichevole: felicissimo è il prof di Disegno che si siede in mezzo a noi, quasi di fronte a me, dispensando battute, aforismi ed aneddoti che lo rendono ancora più simpatico. Ancora una mezz’oretta, tra un «ce l’avete il (la) fidanzato (a)?» ed un «quale scuola avete scelto per proseguire gli studi», poi, inevitabilmente, arrivano i primi segni d’insofferenza da parte di alcuni di noi. Le bimbe più intraprendenti e già oggetto delle attenzioni di uno spasimante, se pur assolutamente al di fuori di tutti i crismi dell’ufficialità, sbirciano smaniose verso la strada nella speranza di poter abbandonare alla svelta la compagnia. Alla spicciolata, ci alziamo dal tavolo ed usciamo sulla Via del Mare, non prima di aver pagato la propria parte del conto ed aver salutato calorosamente il nostro amico Zingaro, come sempre all’altezza della situazione. È quasi mezzanotte, i genitori delle ragazze sono già venuti a prenderle, ma noi spendiamo gli spiccioli di questa serata sulla buia spiaggia dove l’unico barlume è generato dalle luci dell’Ippocampo, il bar simbolo della spiaggia libera. Sbuca un pallone e, tra un calcio ed un colpo di testa, troviamo finalmente la strada che ci porta verso casa. Siamo di nuovo sulla via del mare, ormai deserta, questa volta diretti verso la piazza, siamo rimasti in tre, tre somari e tre briganti come direbbe Domenico Modugno: Feo, Franco ed io. Niente da fare. Non siamo capaci di trovare la strada per andare a letto. È la prima volta che facciamo così tardi e ce la godiamo. Ci sediamo su una scomoda panchina di cemento della piazza e scambiamo le prime impressioni a caldo sulla serata appena trascorsa. In fondo è stata una bella serata e ci siamo comportati egregiamente. I commenti ricadono inesorabilmente sulla maglietta di Sonia, i jeans di Maura, le battute dello Zingaro eccetera… eccetera… eccetera… Franco manifesta leggeri segni di ebbrezza, probabilmente è l’unico dei tre a non aver trovato la giusta misura nel mescere la birra abusivamente fornitaci dallo Zingaro. Appoggia la testa sulla spalla di Feo e tende a addormentarsi. Anche i nostri occhi cominciano a farsi pesanti e decidiamo che è l’ora di affidarsi alle braccia di Morfeo.
Mentre Franco, quasi del tutto sveglio, si avvia verso la parte opposta della piazza, Feo ed io percorriamo ancora pochi passi insieme, illuminati dalla luce lattiginosa dei bassi lampioni. Al primo incrocio, lui prende a sinistra ed io a destra, diretti verso le rispettive abitazioni.
«Ciao, ciao a domattina. No, pomeriggio, domattina guai a chi mi sveglia prima di mezzogiorno!».
Durante il breve tragitto che mi separa dal cancello del giardino di casa, mi torna in mente la fugace apparizione della mia Biancaneve in pizzeria da Doriano. Per tutta la sera non avevo più pensato a lei, in tutt’altre faccende affaccendato. …Però. …Era proprio carina! Entro in giardino, la ghiaia scricchiola sotto le scarpe, apro il portone, chiuso a doppia mandata e lo richiudo alle mie spalle ripristinando la doppia mandata. Salgo le scale e l’immagine di lei non mi abbandona. I miei dormono nella grossa… forse! Silenziosamente, come un gatto sui tetti, oltrepasso la porta di camera mia, cerco a tastoni la luce sul comodino e la accendo. Sulla parete di fronte al letto, prendono corpo i poster della Lancia Fulvia HF rossa e nera di Munari-Mannucci sulle nevi del Rally di Montecarlo e della 124 Abarth, anch’essa rossa e nera, di Verini-Rossetti al Rally di Sanremo. Dopo essermi spogliato mi corico supino sul letto ed incrocio le mani sul cuscino, dietro la nuca fissando il soffitto. Le idee si confondono nella mia testa e sprazzi di aperitivo da Doriano e cena dallo Zingaro si confondono in un cocktail micidiale finché il sonno non prende il sopravvento. Mi risveglio dopo un po’ con la luce del comodino ancora accesa. Faccio appena in tempo a pensare: “Chissà che ore sono?”, a spegnere la luce, che piombo di nuovo in un sonno profondo.

venerdì 2 settembre 2011

primo 2 di 3

La seconda parte del primo capitolo 
vada, da giugno a settembre, giorgio ariani, ordigno
Sbircio verso il tavolo, mentre Flipper continua ad esibirsi. Feo deve aver subodorato qualcosa e lo tiene a distanza di sicurezza. Sono fuori della sua portata. Il bello del gioco di squadra.
Lei parla sommessamente con il padre, poi con la madre. Non capisco che cosa si dicono, ma sembra che parlino in Italiano. Ha già finito la sua pizza. Chissà che gusti aveva scelto. “Secondo me Margherita: semplice, gustosa, essenziale. Tale e quale a lei.” Giocherella con le briciole sulla tovaglia, poi impugna il coltello come se fosse una penna e tormenta i pochi avanzi nel piatto. Alza la testa e guarda verso un punto che si trova dritto davanti a lei. Ma… Colpo di scena. Distoglie lo sguardo e si volta verso di me. Mi ha visto. Che faccio? Sorrido… Sorride. Evviva!!!
Un sorso di rosso Ferrari, un’olivetta con lo stuzzicadenti, una patatina. Mi appoggio alla vetrata con la spalla sinistra. Distoglie lo sguardo, lo faccio anch’io. I nostri occhi s’incontrano di nuovo poco dopo. Si era alzata per me, Feo non c’entra niente. Gongolo.
Ma cosa gongolo a fare? È con i genitori e non può trovare altre scuse per lasciarli. Oltretutto fuori del bar è arrivata quasi tutta la terza “A”, Feo è già uscito e stanno aspettando solo me. Flipper si è dileguato, è venuto giusto il tempo di rompere… le uova nel paniere.
La canzone è finita, il juke-box tace in attesa che un altro avventore sia disposto a scambiare le sue cento lire con un po’ di musica. Mi sa che devo andare. L’ultimo sorso e compio un passo indietro, per raggiungere il tavolo dove appoggio il bicchiere vuoto. Un accenno di saluto a Doriano che, da dietro il bancone, cordialmente ricambia con un sorriso e mi avvio verso l’uscita.
Passo abbastanza vicino al tavolo che m’interessa, uno sguardo, sollevo leggermente la mano per un ciao quasi impercettibile e ella, timidamente, accenna lo stesso gesto e sorride abbassando gli occhi. Che bello. Non mi sono azzardato a volgere lo sguardo verso i genitori e mi auguro che siano stati comprensivi. Una tenera emozione della durata di una canzone di Lucio Battisti. Un unico complice gesto ed un paio di sorrisi. Chissà se ci rivedremo ancora.
Mi butto nel mucchio della terza “A”. Saluti, pacche sulle spalle, baci e abbracci ci siamo proprio tutti: Nanni, Giorgio, Maura, Sonia, “Stecco”, Bruna, Fiorenza e tutti gli altri. La terza “A” al gran completo. Beh, proprio al completo-completo non direi. Manca il solito Alberto. Ritardatario cronico. Se istituissero l’Oscar per il ritardo sicuramente andrebbe in finale con concrete possibilità di vincerlo. La sua particolarità è di arrivare sempre in ritardo, non di molto, qualche minuto, ma sistematicamente. È una legge di vita, una caratteristica cromosomica, l’assioma della sua esistenza. Abbiamo provato a dargli appuntamento mezz’ora prima degli altri. È riuscito ad arrivare in ritardo lo stesso. Che fenomeno! Non vedo i professori, ma chi se ne importa, arriveranno e se non arrivano meglio.
Nel bailamme generale, lancio un occhio verso il pergolato, ma la bimba è di spalle, non mi può vedere. Come no, è girata verso di noi, forse attratta dagli schiamazzi e dal baccano: siamo campioni del mondo in questo. Mi sta guardando. La guancia è appoggiata sulla spalla ed i capelli quasi le coprono l’occhio sinistro. Che dolce. E chi la molla più? La siepe di pitosforo mi copre la vista dei genitori, meno male.
Mio malgrado, la corrente umana mi sopraffà come l’Arno nella piena del ’66 trascinò tragicamente verso il mare le suppellettili degli abitanti di Pisa e Firenze e l’amica siepe finisce col diventare nemica quando cela la fatina al mio sguardo. “È finita. Non la rivedrò più!” – penso tra me seguendo il flusso che mi trasporta verso il ristorante della Pensione Edy, il cui giardino confina con quello della pizzeria. In quei pochi metri di marciapiede è difficile pensare ad altro.
Irrompiamo fragorosamente nel giardino del ristorante, fortunatamente ancora deserto, ed avverto chiaramente sotto la suola di gomma delle scarpe, il simpatico scricchiolio della ghiaia che ricopre il vialino di accesso. Lo Zingaro, abbronzatissimo come al solito, ci viene incontro con la classica bandana variopinta annodata sulla testa rasata limitandosi ad un semplice ma efficace:
«…bimbi…», «…boni…».
Al lobo dell’orecchio sinistro risplende luminoso il piccolo immancabile brillante. L’onor del mento è un pizzetto brizzolato che conferisce alla faccia rotonda di Raimondo l’aspetto del più classico degli zingari. Sembra tolto dalla scenografia di un film. Un paio di pantaloni rossi, una camicia bianca aperta sul petto poco villoso, abbellita da un multicolore pappagallo dipinto sulla destra della pettorina ed un paio di sandali di cuoio costituiscono l’abbigliamento a dir poco casual del nostro anfitrione. I pantaloni, ovviamente, sono arrotolati fin poco sotto il ginocchio.
Mentre lo Zingaro cerca di controllare la situazione, arriva il corpo insegnante, anch’esso al completo. L’Italiano, la Matematica, il Latino, il Francese, ci ritornano minacciosi alla mente; per una sera cercavamo di toglierceli dalla testa, ma i prof sono qui a rammentarci quello che dobbiamo aspettarci di lì a qualche giorno.
La rossa d’Italiano non la sopporto, l’Italiano in genere non lo sopporto e lei non fa niente per rendermelo simpatico. Ho sempre affrontato il compito in classe d’Italiano come un calcio in uno stinco, un’operazione alle tonsille, un’estrazione dentaria; un crampo alla mano destra mi assaliva inevitabilmente davanti al foglio protocollo a righe. I titoli dei temi assumevano significati contraddittori. La scelta dell’argomento era lo scalino più grande: letteratura, fantasia, attualità? Inevitabilmente sceglievo un titolo, svolgevo il tema e, una volta giunto alle conclusioni, mi accorgevo che, se avessi scelto, a caso, uno degli altri argomenti, me la sarei cavata senz’altro meglio. Spesso partivo per la tangente, scrivevo e scrivevo, raccontavo e commentavo, analizzavo e giudicavo fino a riempire le quattro facciate del foglio protocollo compiacendomi nel rileggere il manoscritto, se non che, andando a rileggere il titolo, mi accorgevo di essere andato totalmente fuori tema. Una tragedia. Non meglio andava in Latino. Ma poi, dico io, perché dobbiamo andare a risvegliare una lingua in disuso da secoli e secoli. Orazio, Cicerone, Tito Livio: ma parliamo in italiano! Non riuscirò mai a capire l’utilità pratica di saper declinare i vari rosa-rosae-rosarum, vis-roboris o la differenza tra ipse ed idem. Al massimo potremmo utilizzare un’etcetera oppure un omissis. E per questo dobbiamo soffrire come cani quando sappiamo che in classe ci aspetta la versione di Latino?
Inutile insistere, le materie letterarie non fanno per me. Sono sempre riuscito ad ottenere magicamente il minimo indispensabile per essere promosso, ma non ho ancora capito per mezzo di quale arcano stratagemma.
Amore ed odio erano i sentimenti contrastanti tra me ed il Francese o, meglio, con la zitellona di Francese. Alternavamo periodi idilliaci durante i quali sarei potuto diventare l’estimatore più fanatico degli scritti di Prevert (ovviamente in lingua originale), a contrasti furibondi, come quando non riuscivo a farmi entrare nella zucca i tre pasti principali della giornata normale di una famiglia Francese. Per punizione la zoppa, perché aveva anche una gamba più corta, mi fece scrivere per cento volte il menù completo: da le petit dejeuner (la colazione) a le diner (la cena) senza dimenticare, le dejeuner (il pranzo) con i rispettivi cafè-au-lait, potage, poisson, jambon (caffelatte, zuppa, pesce, prosciutto) ed altre pietanze delle quali feci una calligrafa indigestione.
Matematica, invece, faceva al caso mio. Ha da sempre fatto parte del mio bagaglio genetico. Con occhi dolci, la prof, c’intendevamo alla perfezione: una complice occhiata era spesso più che sufficiente. Bionda, occhi azzurri, piuttosto giovane, fisico minuto, di solito ben vestita, leggermente truccata: un bijoux. Chissà perché, ma le insegnanti di Matematica sono generalmente piuttosto attraenti! Ad ogni spiegazione espressioni, equazioni, sistemi di primo e secondo grado, uscivano dalle sue dita attraverso il gesso, si trasferivano sulla lavagna e la mia materia grigia se ne appropriava senza difficoltà di sorta. Riuscivo ad arrotondare le radici quadrate, a raddrizzare una linea spezzata e persino a rendere perspicace un angolo ottuso. Pitagora, Euclide, Eulero mi facevano un baffo. Era innegabile il mio interesse per tutto ciò che aveva a che fare con i numeri.
Il resto era tutto uno svago. Un artista vero, con tanto di scultura del Cristo in Croce vicino all’altare della chiesa, c’impartiva lezioni di Disegno e Educazione Artistica. Un capace creativo c’insegnava le Applicazioni Tecniche, un pianista cieco, le scale musicali, mentre l’Educazione Fisica e quella Religiosa erano lasciate praticamente al caso.
Il condensato di tutto ciò si riunirà, tra breve, attorno al tavolo nell’attesa che lo Zingaro somministri le portate di un menù fisso stabilito al momento della prenotazione.
Lo Zingaro ha pensato bene di riservarci un lungo tavolo ad angolo retto vicino alla siepe che separa il giardino del ristorante da quello della pizzeria di Doriano. Probabilmente ha reputato la zona meno rischiosa per gli altri avventori nel caso di eventuali nostre incontrollabili sortite.


…continua

sabato 23 luglio 2011

primo 1 di 3

la prima parte del primo capitolo

da giugno a settembre,vada,pro loco,spiaggia,terza media

Giugno ’72. Ridente località balneare al limite nord della Maremma Toscana. Una bellissima, immensa piazza, coronata da platani ed acacie secolari, è impreziosita da aiuole ben curate nelle quali risaltano fiori multicolori. Il busto bronzeo di Giuseppe Garibaldi sorveglia il paese dalla sommità di una stele di granito alta una decina di metri e, poco innanzi, il monumento ai caduti in candido marmo di Carrara a testimonianza del passaggio della Seconda Guerra Mondiale. A sinistra del busto una grande fontana allieta lo sguardo di paesani orgogliosi e di spensierati turisti con un alto zampillo che ricade in una vasca circolare a due piani, dove sguazzano pesci rossi e muggini degni di un acquario. Al crepuscolo giochi di luce di colore giallo, blu e rosso conferiscono allo zampillo una policromia che ravviva la già suggestiva fontana. La chiesa, dedicata a San Leopoldo, Granduca di Toscana, si erge austera all’estremità ovest della piazza dominandola e volgendo le terga alla Via del Mare, pellegrinaggio estivo di miriadi di villeggianti. In inverno tremilacinquecento abitanti il cui svago principale è di aspettare che venga l’estate. In estate, appunto, orde di turisti calano prevalentemente dall’hinterland Toscano, dal Nord Italia e oltre riempiendo vie, piazze, spiagge e negozi con la tipica allegria e spensieratezza della gens vacanziera. Un cinema all’aperto, una discoteca, alcuni bar, negozi di vario genere, due stabilimenti balneari, alberghi, pensioni, campeggi e pizzerie per lo più ad attività stagionale: il minimo indispensabile per una località di villeggiatura.
Le sette di sera. Manca meno di una settimana all’esame di licenza media. Doriano ha da pochi giorni terminato i routinari lavori di ristrutturazione che ogni anno precedono l’apertura del suo bar-pizzeria-tavola calda, preparandolo ad affrontare l’imminente stagione estiva. Precoci turisti, per lo più tedeschi in pantaloni corti color cachi e sandali di pelle che mettono in risalto gambacce varicose e lattiginose nonché piedi inguainati in calzini color topo, ordinano pizze e calzoni ai gusti più disparati. Salsicce, patate e cavolfiore. Gorgonzola, wurstel e melanzane. Frutti di mare, carciofi e cacio pecorino. Speck, mascarpone, cipolla e gli immancabili crauti. Birra a fiumi. Il forno scalpita e spalanca ansiosamente la bocca dalla quale s’intravedono lingue di fuoco smaniose per l’esordio stagionale.
I locali del bar e della pizzeria sono separati da un arco al quale sono appesi tramagli e vecchie reti, avuti in eredità da anziani pescatori locali, nei quali sono imprigionati inattendibili ma simpatici abitatori del nostro mare: due saraghi pizzuti, un’orata, un parago, tre o quattro stelle di mare un cavalluccio gigante, gusci di cozze, vongole e gangilli a iosa. I pesci sono rigorosamente di plastica, ma non sfigurano.
Sulla cappa del forno, in bella mostra, dominano due splendide valve di “nacchera” dal colore marrone rossiccio che sfuma in argento verso l’estremità più sottile. In mezzo alle valve della “nacchera” troneggia un’enorme margherita di mare arancione chiaro orgoglio di Lino-nero, il pescatore più simpatico. Un astice, dal tipico colore bruno-chicco-di-caffè-tostato, esibisce spavaldo le sue chele giganti e si arrampica sulla parete di fronte all’ingresso. Quadri e stampe di argomento marino sono appesi in ordine sparso sulle altre pareti.
Davanti al bancone del bar, vicino al frigo dei gelati, un juke-box tutto cromato, con la facciata di colore giallo e blu elettrico, dove le figure di due dischi 45 giri, umanizzati da un atteggiamento di ballerini di tip-tap, la fanno da protagonisti. È in perfetta forma ed attende impaziente di essere animato da cento lire sonanti, ricompensando con tre canzoni a scelta tra quelle del suo vasto repertorio.
All’esterno i tavoli sono piazzati sotto una pergola di vite americana e canne sottilissime efficace schermo per il sole, di giorno, o per l’umidità caratteristica di molte serate estive. Questo è il regno di Doriano, che zampetta qua e là tra pizze, coca cola e caffè, sempre col sorriso sulle labbra.
Due tipi ad un tavolo del bar, sotto il pergolato, ordinano un aperitivo. L’atteggiamento è quello giusto, anche se un po’ impacciato: jeans, cintura di tela, camicia aperta sul petto glabro, golfino di cotone attorcigliato alla vita, scarpe da ginnastica nuove-nuove ed immancabili occhiali scuri sulla testa. Barba, o meglio quel poco di peluria che c’è, appena rasata ed un profumino di Acqua Velva, gentile concessione del babbo, che è tutto un programma. Se non fosse che fanno poco più di 28 anni in due…
Doriano asseconda i giovanotti, ma non può trattenere un risolino sotto i baffi. Siamo noi. Due della terza “A” della Scuola Media Statale “Dante Alighieri”. Feo ed io. Amici inseparabili. Siamo compagni di classe fin dai tempi della Signora Zita, la nostra maestra della Scuola Elementare “Angiolo Silvio Novaro”. Feo s’incazza se lo chiamano Feo, ma io posso farlo. Stiamo aspettando il resto della banda, i nostri compagni della terza “A”. L’ultima cena o, per farla meno tragica, la cena di commiato prima dell’esame per la licenza media, è prevista per le otto al ristorante della pensione Edy gestita da Raimondo, detto lo Zingaro per le origini gitane, così si dice in giro, della sua famiglia.
Doriano ci porta due rigorosamente analcolici aperitivi da formula uno: rosso Ferrari. In ogni bicchiere una scorza di limone galleggia spavalda come una zattera gialla ai bordi della quale si abbarbicano velenosissimi coloranti come l’E-121 o il famigerato E-123 (quello del Rosso Antico, per intenderci). Una patatina, un’olivetta con lo stuzzicadenti, un sorso, un’altra patatina… che bello essere diventati grandi. Fino ad ieri Doriano ci avrebbe riso in faccia se le nostre richieste avessero oltrepassato il limite di un gelato ma oggi, eccoci qua, serviti e riveriti. Con tanto di portafoglio ricco di ben duemilacinquecento lire per poter discutere sul classico pago io…no offro io…
Clic-clic: C-8. L’indice di una mano esile danza sulla tastiera e seleziona sul juke-box I giardini di marzo di Battisti: le note si propagano discrete nell’ambiente circostante. I movimenti leggiadri delle dita affusolate carpiscono l’attenzione di uno dei due (che non è Feo).
I suoi occhi seguono il profilo delle unghie curate, della mano leggera sulla quale spicca un timido anellino ad adornare l’anulare. Polsi sottili, un braccialetto di corallini bianchi e rossi, leggerissima peluria bionda, quasi trasparente, sul braccio candido messo in risalto dalla manica corta della maglietta rossa. Un’onda leggera dei capelli castani, sottili come seta, è adagiata sulle aggraziate spalle di cui ricopre la parte superiore. Vita sottile, fianchi modellati e gambe slanciate in parte coperte da una gonnellina bianca corta, ma non troppo, stretta in vita da una cintura color corda a trama intrecciata.
Niente calze: “deve avere la mia età” – penso. Un metro e sessantotto, si e no. Un timido corpicino ancora coinvolto nel difficile processo di sviluppo che Madre Natura riserva agli adolescenti. Indossa scarpe da tennis, anch’esse bianche, con una piccola margherita disegnata su un lato. Il ginocchio sinistro, leggermente piegato, batte lievi colpi sul vetro frontale del juke-box, seguendo la melodia della canzone. Raddrizza la gamba, vi si appoggia e solleva armoniosamente il piede dell’altra gamba fino ad appoggiarne la punta sul pavimento riprendendo il ritmo dal punto in cui lo ha lasciato. Le scarpe sono nuove: la suola di gomma è quasi intonsa. Ora ha entrambe le mani appoggiate sulla cornice cromata del vetro superiore del juke-box, le dita arcuate in posa plastica, le braccia distese. Movimenti appena accennati del corpo assecondano la voce di Lucio Battisti e le note della canzone.  La testa minuta è china in avanti ed i capelli si muovono lievemente. Una ciocca scavalca la spalla sinistra, dietro la quale si nasconde, e copre a sua volta il già poco visibile volto. “Girati, per favore, ma che cosa ci sarà mai di tanto interessante sotto il vetro del juke-box.” – Vorrei dirle. Niente. Ha deciso di leggere i titoli delle canzoni di tutti i cartoncini colorati esposti in quella specie di rastrelliera.
Feo parla ininterrottamente dell’imminente cena con i compagni di classe, ma chi lo sente. Faccio cenno di sì con la testa, senza distogliere lo sguardo. Crede che io lo ascolti, ma per me è solo un fastidioso brusio: sta parlando praticamente da solo.
“Aspetta! Aspetta! Si sta voltando.”
Mi sembra di vedere la ripetizione di un gol al rallentatore. Con un movimento lieve ma deciso della testa si libera di una ciocca di capelli mostrando il faccino in tutta la sua radiosità. È vero, avrà più o meno la mia età. Mostra occhi grandi, castano chiaro, ciglia lunghe, il tutto armoniosamente incorniciato da sopracciglia ben marcate ma sottili. Nasino perfetto, piccoli denti bianchissimi fanno capolino dalle sottili labbra socchiuse. Un lievissimo rossore imporpora le guance magre conferendo al colorito pallido del viso, non ancora violato dall’abbronzatura estiva, una luminosità angelica. Un’impronta impercettibile di efelidi sul naso è come la classica ciliegina sulla torta. Bellina. Molto bellina. Una bambolina.
Ed io? Inebetito come un cammello senz’acqua in mezzo al Sahara: labbro inferiore sporgente, salivazione azzerata ed occhi a palla. Con quattordici anni di ormoni scalpitanti tenuti a freno da briglie di carta velina, cerco le parole giuste per rompere il ghiaccio, senza turbare l’atmosfera che si è creata (anche se, forse, solo nel mio immaginario).
Non sono mai stato un campione nell’approccio. Finora, nelle precoci occasioni in cui abbiamo fatto i cascamorti con ragazzine alla nostra portata, è stato compito di Feo. È lui il più sfacciato dei due. Quando ci proviamo con due tipe lui attacca bottone e poi…avanti insieme. Ma questa volta no, devo fare da solo. Lui non c’entra niente. Troppo carina, troppo graziosa, troppo delicata, troppo dolce, troppo attraente, troppo… troppo… troppo… troppo e basta.
Vediamo… vediamo: “Ciao, come ti chiami?”. No è banale. “Buonasera signorina…”. Troppo antiquato. “Posso offrirti qualcosa?”. Figurati, che gli offro a quest’ora un gelato? Noooo! “Ti piace Battisti!?!”. Che stupido! È ovvio che le piaccia Battisti, ha selezionato lei la canzone. “Come sei carina…”. Troppo diretto. “Sei da sola?” Niente da fare, non mi viene niente di adeguato. Accidenti! Come farebbe Feo? Ad un tratto…
Mi alzo, stringo in vita il nodo del golfino, il rosso Ferrari nella mano sinistra, perfetto…
il carretto passava e quell’uomo gridava: gelati…
«SEME, NOCCIOLINE, CARAMELLEEE…..»
È lui, non può essere che lui, l’inopportuno per eccellenza. È una canzone così dolce, una colonna portante della musica italiana, un’atmosfera quasi irreale, una favola che diventa realtà e la mia Biancaneve lì, a meno di tre metri di distanza. Il tutto rovinato dallo scemo del villaggio. Flipper. Ci mancava solo lui.
In realtà non è scemo, è solo che arriva sempre nei momenti meno opportuni con le battute meno azzeccate. È come un bruscolo in un occhio. Un capello nella minestra. La pioggia quando hai lavato il motorino. Il colpo di vento quando stai per afferrare il pennacchio del calcio-in-culo. È lo starnuto, quando premi il grilletto per colpire un bersaglio al tiro-a-segno del Luna Park. È il sassolino nella scarpa, quando stai per calciare il rigore della finale della Coppa dei Campioni. È la puntina da disegno che ti fora la ruota della bicicletta, quando stai per vincere la Milano-Sanremo. È l’acqua della doccia che diventa gelata, mentre sei ancora insaponato da capo a piedi. Flipper è tutto questo e anche di più. Ma in fondo, ma molto in fondo, è un bravo ragazzo. Fosse anche cattivo…
La cosa più incredibile è che non è neanche in classe nostra, non è invitato alla cena, non ci combina proprio niente. Che cosa ci fa a quest’ora, proprio qui? Dovrebbe essere a casa sua, a cena, come tutte le sere.
Lo fulmino con lo sguardo, ma lui avanza con l’incedere impetuoso che caratterizza la sua vitalità, la sua continua allegria e la sua smania di essere al centro dell’attenzione a tutti i costi, in qualunque occasione. Mi travolge, mi abbraccia. Faccio appena in tempo ad appoggiare il bicchiere sul tavolo scongiurando la macchia di rosso Ferrari su camicia e calzoni. Mi trascina verso Feo, che è ancora seduto, ed abbraccia anche lui, quasi cadiamo per terra. Ci stropiccia, ci strapazza.
«Flipper ma che fai, ci siamo visti solo ieri sera» – lo apostrofa Feo – «Un po’ di contegno. Siamo in un locale pubblico. Misura il tuo entusiasmo».
Feo che fa il distaccato con Flipper, gli fa la morale e cerca di calmarlo è l’ultima stranezza che mi aspettavo. Va bene. È una serata particolare, siamo diventati adulti, ma non per questo rincoglioniti. La sera precedente, cui Feo fa riferimento, eravamo tutti insieme a giocare a nascondino in piazza della chiesa. C’erano anche Massimo, Luca, Antonio, Roberto, Mimmo e altri. Una quindicina in tutto e proprio Feo, per nascondersi, si è arrampicato sulla cima dell’albero più alto della piazza intonando L’isola ideale dei Nomadi. Ed ora fa il distaccato.
Mi riprendo dall’uragano Flipper appena in tempo per notare che la mia fatina ha lasciato il juke-box, raggiungendo la famiglia al tavolo più lontano, sotto il pergolato, vicino all’ingresso. Un piccoletto, probabilmente il fratellino di quattro o cinque anni, è seduto di fronte a lei e fa i capricci per mangiare la sua pizza, ma la mamma lo imbocca amorevolmente, laddove il babbo controlla compiaciuto la situazione. Un quadretto di famiglia ideale. Non sembrano Tedeschi, ma non sono neanche del posto. Il paese è talmente piccolo che li conoscerei. Forse Fiorentini, Pisani, Milanesi, Torinesi. Boh! L’unica certezza è che, per colpa del guastafeste, ho perduto l’occasione di conoscerla. E pensare che ero così vicino. E ora? Non ho altre possibilità. Non ritornerà mai più al juke-box.Mi consola il pensiero che abbia escogitato il pretesto di selezionare una canzone per avvicinarsi a me. A me o a Feo??? Il dubbio atroce rosica la mia mente come un tarlo in un mobile del seicento.


…continua