sei di vada se...

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domenica 19 gennaio 2014

quinto, 2° di 3




In disparte, mentre gironzoliamo, notiamo un piccolissimo banco, in contrasto con tutti gli altri del mercato, su cui sono esposti numerosi pupazzetti di svariate dimensioni, vagamente rassomiglianti ad animali, realizzati con fili di lana colorata. Dietro al banco, un uomo con una lunghissima e folta barba brizzolata, capelli altrettanto lunghi ed un cappellaccio di paglia in testa, sta realizzando proprio uno di quei fantocci che ha tutta l'aria di essere una scimmietta bianca e nera dall'aspetto simpatico. Un altro molto simile è già in esposizione e colpisce la mia fantasia, infilo la mano in tasca, chiedo il prezzo e lo compro: chissà se Martina apprezzerà! Feo mi conforta confermando che è stata una buona idea.
La nostra passeggiata tra la gente prosegue indisturbata. In lontananza, tra la folla, scorgo una coda di capelli scuri a me molto familiare ed affretto sensibilmente il passo, compiendo uno slalom tra chi procede molto più lentamente di me. Feo è rimasto indietro e sta facendo capannello con un gruppo d’amici un po' più grandicelli di noi che sembrano impartire lezioni su come abbordare le giovani turiste compiacenti. Giungo abbastanza vicino da notare che Martina non è da sola: la mamma la accompagna in questa passeggiata tra le bancarelle ed io sarò costretto a limitarmi ad un comportamento abbastanza distaccato, per non destare sospetti nell'accorta genitrice. La signora è di corporatura esile, ma un po' più bassa di Martina, forse per questo non l'ho notata subito, bruna di capelli come lei e piuttosto piacente: si difende ancora bene, nonostante l'età. Mi sposto verso destra, sul marciapiede e, di passo svelto, le supero di quel tanto che mi basta per ritornare sui miei passi, senza farmi notare, ed affrontarle frontalmente. Mi mischio tra la folla: con aria indifferente sbircio distrattamente verso gli articoli esposti sui banchi del mercato e, con la coda dell'occhio, controllo il percorso nella marcia d'avvicinamento all'obiettivo. Una volta vicino, evito magistralmente uno scontro quasi frontale con la signora che, con uno scossone del busto, si dimostra sorpresa da quell'inatteso rendez vous rischiando di rovesciare per terra il contenuto della borsa della spesa quasi piena. Saluto, mi scuso per l'attimo di distrazione e mi concentro su Martina alla quale chiedo se ha visto nessuno degli altri. Entrambe sorridono per questa mia stupida sortita. "Ho fatto veramente la figura del babbeo" - rifletto - "speriamo che non abbiano assistito alla mia insulsa manovra d'accerchiamento a dir poco disonorevole". Meno male che Martina, sollecita come sempre, prende la palla al balzo:
«Mamma, posso?» - chiede candidamente.
«Va bene! Ci vediamo a casa a pranzo.» - le concede lei.
Ci allontaniamo in fretta in direzione del punto in cui ho lasciato Feo pochi minuti prima e lo scorgo che allunga il collo oltre le teste dei passanti, probabilmente alla mia ricerca. Nel frattempo Franco, Luca ed Isa si sono uniti a lui e, quando ci ricongiungiamo non chiede spiegazioni per la mia fuga improvvisa, forse appagato dalla presenza di Martina al mio fianco.
Ci tiriamo fuori dalla zona del mercato ed incrociamo il mio futuro datore di lavoro che, non molto simpaticamente e con espressione beffarda, mi ricorda il mio impegno in programma per la settimana ventura. Nel dirigerci verso il mare giungiamo sul piazzale antistante l'Ippocampo e ci avviciniamo al massiccio muricciolo di cemento che separa il parcheggio dalla spiaggia. Aiuto Martina a salire per sedersi sul muretto ed io, per il momento, mi appoggio con le braccia conserte vicinissimo a lei, alla sua destra, rivolto verso il mare. Frugo in tasca e, appoggiandomi sul gomito sinistro, le offro il mio piccolo dono. Con aria sorpresa mi abbraccia felice, ma si adombra in fretta accarezzando dolcemente quella specie di gomitolo di lana. Poi, con la mano sinistra, passa ad accarezzarmi i capelli crespi e, con aria avvilita, comincia a parlare:
«Quel cafone che abbiamo incontrato in piazza è il titolare della pensione dove andrai a lavorare tra breve?» - chiede contrariata.
«Si! Ma non è un cafone, non essere dura con lui!»
«Come può essermi simpatico? Tra poco più di una settimana passerai più tempo con lui che con me!» - replica mesta.
«Non essere dispiaciuta, bimba! Fa parte del gioco!» - provo a farle capire - «Sai che l'inverno scorso ho già iniziato a far pratica, lavorando alcuni sabati o domeniche, proprio per essere pronto al sopraggiungere della stagione estiva.»
«Ma quest'inverno era diverso, tra noi.» - quasi piagnucola - «Siamo nella stagione più bella e dovremo trascorrerla separati… e a te non importa!»
«Non è vero! Sei ingiusta se pensi veramente che io non soffra. Il fatto è che ho preso l'impegno e devo mantenerlo, senza considerare che guadagnerò un po' di soldini che faranno senz'altro comodo. Un giro in più al Luna Park, un cinema in più, la benzina per il motorino nuovo, un regalino a te! Dovresti conoscere le mie idee sul fatto di rendermi economicamente autosufficiente.»
«Non m'interessano i regali! Il regalo più grande è stare con te!» - afferma perentoriamente.
Approfitto di un breve istante di pausa per cambiare posizione. Mi scosto dal muretto e mi propongo di fronte a lei protendendo le braccia che vanno a cingere i suoi leggeri pantaloni di cotone beige; mi accosto alle sue ginocchia che, divaricandosi, mi accolgono affettuosamente tra loro finché non appoggio la fibbia della cintura sulla cruda spalletta. Le sue braccia avvinghiate al collo e le mani intrecciate dietro la mia nuca completano un angolino virtuale nel quale ci siamo appartati isolandoci da ciò che ci circonda. L’unico testimone è il pupazzetto che ancora stringe in una mano. I nostri volti si fronteggiano, il mio è più in basso del suo, questa volta, ed annego nei suoi occhi languidi che mi riempiono di tenerezza: l'affetto che ci lega sta assumendo proporzioni smisurate. Le sue labbra sfiorano le mie.
«Non sto per partire per il servizio militare sulle Alpi del Trentino Alto Adige o in chissà quale sperduta caserma della Sardegna più selvatica. Andrò a lavorare a cinquanta metri da qui.» - e le indico il vicinissimo albergo - «Guarda, quando verrai alla spiaggia, passerai di fronte all'ingresso principale, ti basterà sbirciare tra le tende delle grandi finestre e mi vedrai intento nell'adempimento delle mie mansioni. Se ti andrà, potrai bussare ai vetri ed io ti saluterò.»
Ancora un istante di silenzio, nel nostro angolino:
«…poi non è vero che non staremo insieme.» - riprendo a parlare - «I primi giorni, probabilmente, sarà dura, dovrò impadronirmi dei ritmi di lavoro, conquistarmi qualche momento di libertà, ma in breve sono sicuro che riusciremo ad organizzarci per trascorrere un sacco di tempo insieme. Non ti lascerò da sola in questa spiaggia affollata di bellimbusti forestieri dal fisico prestante, col rischio che qualcuno più attraente di me conquisti la tua fantasia, mentre io tergo il sudore dalla mia fronte. Chissà in quanti verranno a farti la corte, in mia assenza! Carina come sei avrai solo l'imbarazzo della scelta!»
«Scemo!» - e mi sferra un leggero schiaffo, più simile ad una carezza, a dire la verità.
Me lo merito!
«Io sto con te, desidero solo te, la notte sogno di te. Al mio risveglio, sei tu il primo pensiero: il tuo viso, i tuoi capelli, le tue folte sopracciglia, i tuoi grandi occhi, il tuo naso, la tua bocca. Ogni mattina eseguo a mente il tuo ritratto e mi pento di non aver preso prima l'iniziativa. Le tue parole, i tuoi gesti, i tuoi silenzi, le tue stupidaggini, le tue smanie, ripercorro minuto per minuto il tempo che trascorriamo insieme ed ogni volta scopro nuove adorabili sfaccettature. Tu piuttosto!» - continua in atteggiamento quasi di rimprovero - «Avrai tutte le ragazzine dell'albergo ai tuoi piedi. Calzoni neri, scarpe lucidate di fresco, camicia candida sempre perfettamente stirata, farfallino nero al colletto: un figurino da sfilata, pronto a soddisfare i capricci di quelle smorfiose di turiste dall'atteggiamento compiacente…»
«Vediamo: il lunedì ne voglio una bassa, bionda con gli occhi azzurri; il martedì sempre bionda, ma questa volta alta e con gli occhi scuri; il mercoledì sarò di turno al bar, quindi prenderò quello che capita; il giovedì…» - rimugino con gli occhi al cielo come fossi intento nella programmazione del mio futuro di cameriere rubacuori.
Abbasso di nuovo lo sguardo e mi accorgo che i suoi occhi sono ancora tristi ma le sue labbra si stanno inarcando verso l'alto, pronte a sfoggiare un accenno di sorriso.
«Ti riempio di botte fino a coprirti tutto il corpo di lividi, se fai il cascamorto con le svenevoli villeggianti.» - minaccia appoggiando i pugni chiusi, ed il fantoccino, alla parte superiore del mio petto - «Poi mi faccio aiutare da Feo, ti leghiamo come un salame, prendiamo la barca di Lino, ti portiamo alla secca del fanale, ti lasciamo viveri ed acqua per tutta la stagione e ritorniamo a prenderti verso la metà di Settembre, in tempo per riprendere la scuola!» - dichiara con aria ingannevolmente imbronciata.
La stringo in un abbraccio affettuoso e lei ricambia, le nostre guance sono a contatto e percepisco lo scorrere di un lacrimone caldo. Mi discosto:
«Sciocchina!» - sta sorridendo, nonostante gli occhi siano umidi - «Ricomponiti, dai! Dipende da noi. Se non desideriamo avventure, non avremo avventure. Siamo grandi.»
È più serena, adesso, mi toglie le braccia dal collo, si terge gli occhi col dorso della mano e tira su arricciando simpaticamente il naso.
«Vogliamo battezzare il nostro nuovo amichetto?» - mi chiede finalmente un po' più distesa, mentre tira di nuovo su col naso - «Oggi è Venerdì e lo chiameremo Venerdì, come fece Robinson Crusoè con l'inatteso ospite indigeno, ti va?»
«Aggiudicato!» - confermo con aria marziale - «È con sommo gaudio che, dall'alto della carica di Gran Cerimoniere a me conferita dalla Principessa Martina, la più dolce pulzella nonché Principessa del reame di Spiaggialandia, io ti battezzo Venerdì, in rimembranza del dì della tua adozione.» - e m'invento cerimoniosi gesti che eseguo solennemente sulla testa di quella specie di batuffolo ancora prigioniero delle snelle dita di Martina.
Ride di gusto, finalmente, rendendomi felice per aver alleviato, almeno in parte, il suo cruccio.
Gli altri si sono generosamente allontanati da tempo, ritenendo di non interferire nella nostra struggente conversazione e sono sicuro che Feo è alla base di questo accomodante atteggiamento del gruppo. Come al solito non è stato necessario chiedere. Con Feo ci capiamo al volo. Grazie Feo.
La compagnia si ricostituisce e, visto che le campane hanno scandito da tempo i rintocchi di mezzogiorno, c'incamminiamo verso casa. Imbocchiamo il lungomare e ci dirigiamo verso il campo sportivo, teatro di campionati di calcio del periodo invernale e di qualche torneo del periodo estivo che vedono protagonisti molti ragazzi del paese di tutte le età.
«Questa sera vado con i miei a ritirare il motorino. Alle sette e mezzo ritengo che sarò di ritorno e passerò sotto casa tua.» - le comunico cammin facendo.

«Va bene!» - risponde lei dolcissima ma con gli occhi ancora offuscati da un velo di mestizia mentre ricopre di carezze il fortunato Venerdì. Probabilmente sta ancora rimuginando sul dialogo di poco fa sulla spalletta del parcheggio dell'Ippocampo e sul mio prossimo impiego. La saluto al cancello di casa sua con la promessa di rivederci prestissimo nel pomeriggio per andare al mare insieme.

venerdì 4 ottobre 2013

quinto 1° di 3

quinto 1/3
Mi sveglio di soprassalto al trillo insistente del campanello, simile al cicalino del pulsante di un programma televisivo a quiz. Mia madre, nel corridoio, risponde al citofono:
«Chi è?»
Sento che apre il portone e la porta che dà sulle scale. Passano pochi istanti e, dopo un frettoloso “buongiorno” rivolto a mia madre, il ciclone Feo irrompe nella mia stanza ancora avviluppata nella penombra dall’avvolgibile quasi completamente chiuso.
Nella scarsa luce diffusa dai piccoli fori delle stecche superiori della tapparella, intravedo a malapena la faccia di Feo stravolta e, allo stesso tempo, elettrizzata. Un’occhiata che mia madre non sia a portata uditiva, poi Feo accosta la porta, si siede sul bordo del letto e m’investe con un fiume di parole a cui, in preda al torpore del risveglio, stento a dare un significato.
«Fulvia… casa… strada… buio… mezzanotte… stupendo… bacio…».
Piove a catinelle, i vocaboli si infiltrano nel mio cervello in ordine assolutamente casuale inondandolo copiosamente: non riesco a distinguere se Feo le sta sparando alla rinfusa o sono io che non riesco a dar loro un ordine logico, ancora abbracciato da un Morfeo che non accenna a mollare la presa.
«Ma che ore sono?» – farfuglio assonnato stropicciandomi gli occhi.
«Le nove e mezzo, ma che t’importa» – mi scuote – «Svegliati! Ascoltami! Ho bisogno di sfogarmi!»
«Le nove e mezzo? Tu sei matto! Ritorna tra un paio d’ore» – gli ordino girandomi verso il muro e coprendomi il busto nudo col leggero lenzuolo.
Con un balzo raggiunge la finestra, solleva la tapparella ed il sole inonda la stanza pugnalandomi gli occhi gonfi per la notte appena trascorsa. Lo mando sonoramente a quel paese e mi copro gli occhi col cuscino, ma lui me lo strappa dalla faccia: non c’è modo di dormire. Mi tiro a sedere sul letto, mi stropiccio nuovamente gli occhi e mi appoggio sulle braccia distese all’indietro:
«Allora? Cosa c’è di tanto urgente da farti svegliare alle prime luci dell’alba e, soprattutto, da svegliare me così presto?» – chiedo seccato – «Non potevi aspettare che ci vedessimo al mare, come ogni giorno?»
«Fulvia!» – dice eccitato con gli occhi che brillano di contentezza – «Ieri sera l’ho accompagnata al portone di casa. In linea d’aria è proprio qui dietro, sulla strada parallela a questa.»
«Lo so dove abita Fulvia! E allora?» – insisto artificiosamente irritato – «Mi hai svegliato per comunicarmi l’indirizzo di Fulvia? Grazie tante!»
A poco a poco sto riacquistando le facoltà intellettive temporaneamente perdute durante il sonno notturno e prende corpo in me la scena di cui Feo mi vuole rendere partecipe.
«Iersera, quando ci siamo lasciati, laggiù all’incrocio, l’ho accompagnata a casa.»
«Lo so: vi ho visti. Vi abbiamo visti. Tu eri così impegnato che non ci hai augurato neanche la buonanotte. Martina ed io vi abbiamo osservato per un breve istante mentre vi allontanavate da noi. Fate una bella coppia.» – rispondo con aria canzonatoria.
«Non fare il cretino, altrimenti non ti dico più niente!» – mi apostrofa lui.
«No, no, vai avanti, ormai mi hai svegliato, tanto vale che mi racconti tutto.»
«Per la strada abbiamo continuato a parlare del più e del meno, ma io non resistevo più,» – continua su di giri – «dovevo fare qualcosa, agire in qualche modo, capire se anche lei…» – breve pausa – «Al cancello… La luce del lampione era parzialmente oscurata dalla folta chioma dell’acacia ed ho rotto gl’indugi. Finalmente le ho sussurrato quello che provo per lei. Avevo il cuore che batteva a mille. Ero elettrizzato come non mi era mai successo. Mi ha risposto che anch’io le piaccio!»
«Tutto qui?» – chiedo ironico – «E tu hai turbato il mio sonno nel cuore della notte per questo? Sei il solito rompiscatole!» – e mi ributto sul letto, coprendomi col lenzuolo fin sopra la testa, come se volessi riprendere il sonno interrotto. Facendo capolino dall’orlo lenzuolo noto che mi scruta perplesso e non si capacità se credere alla mia insolita reazione. Come una furia, volo il lenzuolo, con i soli slip addosso mi avvento su di lui e ci avvinghiamo per terra in una lotta dura ma dalle mosse studiate e del tutto innocue. Lo stendo schiena a terra e gli sono a cavalcioni quasi sul petto immobilizzandolo.
«Cosa ti dicevo, al cinema? Non ne ho mai dubitato!» – e, di destro, gli sferro un buffetto alla mandibola.
Ci tiriamo su, sediamo sul letto sfatto e Feo riprende la rosea cronaca soffermandosi su pochi particolari, dopodiché sospira appagato.
«Il quarto d’ora più bello della mia vita!» afferma con aria trasognata!
«Va tutto bene, Rodolfo Valentino» – lo rassicuro – «e ora cosa si fa? Al mare è troppo presto, ci troviamo solo Angiolino che ripara le reti. Tutti i nostri coetanei a quest’ora dormono. Ma come hai fatto a svegliarti così presto?»
«Ero troppo eccitato, prima delle sette ero già in piedi e, nel giro di mezzora, ero in cucina, non riuscivo più a dormire.» – risponde – «Ho pure spaventato mia madre che mi ha fatto il lavaggio del cervello credendo che mi sentissi poco bene. Quando ha visto che ho divorato la colazione si è convinta che non avevo niente e mi ha lasciato perdere. Mi sono vestito velocemente e sono corso qui in preda alla furia di raccontarti tutto. Ora so cosa ti succede, quando fai la faccia da pesce lesso con Martina.»
«Io che faccio gli occhi da pesce lesso: impossibile!» – ma poi il pensiero vola verso la mia dolcissima bambina e mi rendo conto che ciò che Feo afferma è assolutamente vero. Ho preso una cotta che ha dell’incredibile. È la prima volta che mi succede ed è assolutamente al di sopra delle più rosee aspettative. Sono pronto a fare la faccia da pesce lesso, per lei.
«Hai ragione, sono proprio cotto a puntino.» – sentenzio – «E pensare che, fino a meno di due settimane fa, non ci pensavo proprio ad avere una storia con lei.»
Mi ributto sul letto e, come un idiota, rimango per alcuni minuti a fissare il vuoto con la mente rivolta a colei che occupa costantemente i miei pensieri. Feo non è da meno. Ad un tratto, si scuote:
«Dai! Preparati che usciamo, prendiamo le biciclette, facciamo una pedalata fino al ponte Romanico e vedrai che facciamo l’ora di trovarci con gli altri.»
Una rapida passata per il bagno, colazione abbondante, un saluto disperso in cucina:
«Ci vediamo a pranzo!» – e giù per le scale.
La pedalata fino al ponte Romanico, detto anche “ponte gobbo” per la strana deviazione che impone alla carreggiata, si rivela molto rilassante e, al ritorno, decidiamo di fare una capatina al mercato che, con cadenza settimanale, anima il versante Sud della piazza.
I banchi degli ortolani ostentano orgogliosamente ortaggi e frutta delle campagne locali che gli ambulanti continuano ad aspergere con spruzzi d’acqua fresca, per mettere ancora di più in risalto la lucentezza delle scorze variopinte.
In un angolo, una contadina, abbigliata con il classico grembiule sull’ampia gonna lunga e nera e l’immancabile pezzuola in testa annodata sulla nuca, sfoggia quattro grandi sporte di paglia intrecciata contenenti i prodotti del proprio orticello: peperoni dalla vivace colorazione gialla, rossa o verde, enormi e violacee melanzane dalla forma rotonda o allungata, fagiolini verdi, striate zucchine, insalata, pomodori ed altri ortaggi di stagione appena raccolti.
Il pescivendolo, il Pozzuolano, declama, con un accento tipico del paese d’origine, ma intercalando comicamente qualche vocabolo nell’idioma locale, l’occhio dei pesci appena pescati e gettati sul banco, come il più vivido e brillante di tutta la costa Tirrenica. Orate, saraghi, dentici e purpuree triglie di scoglio sono adagiate su un giaciglio di ghiaccio tritato intanto che le lunghe antenne di un paio d’aragoste ancora vive fanno capolino da un secchio di plastica verde appeso ad un gancio del bancone, nelle vicinanze di una cassetta di legno colma di grigio-argentee acciughe, meno pregiate ma non per questo meno apprezzabili. Una grande, lucidissima razza di colore marrone scuro occupa spavalda un angolo del banco e polpi e seppie attorcigliano i loro tentacoli all’interno di un contenitore di polistirolo.
Il furgoncino del formaggio esibisce grandi forme di parmigiano, alcune delle quali sapientemente spaccate in due dall’abile mano del caseario, e pile di caciotte e pecorini stagionati, regalando agli avventori saporite scaglie a scopo puramente pubblicitario.
Il clangore delle stadere d’ottone testimonia la vivacità degli scambi e gli acquisti delle massaie sempre pronte a baccagliare sul prezzo o sul peso, mirando ad un possibile abbuono che spesso l’ambulante concede molto volentieri.
Più in disparte, i banchi dell’abbigliamento e delle pezze di stoffa: i mercanti, più pacati e meno coloriti, si limitano ad esporre la merce ai passanti invitandoli alla prova ed all’eventuale acquisto, garantendo la qualità superiore della loro mercanzia.
Nella stessa zona, colpisce il luccichio della miriade di pentole, bicchieri e posate, caratteristico del banco degli articoli per la casa al quale si presentano, quasi esclusivamente, acquirenti alla ricerca di qualcosa di ben definito: bicchieri per ripristinare il servizio scompagnato, pentole o casseruole di misura idonea alla preparazione di una pietanza particolare o posate per rinnovare il cassetto della credenza. Vi spiccano soprammobili di dubbio gusto a forma di strane verdure, finti forchettoni e posticci macinini da caffè.
Un caso a parte è il camioncino dell’utensileria su cui è possibile trovare gli arnesi più disparati: dalle affilatissime “frullane” per falciare il fieno ai coltelli svizzeri multiuso, dallo scalpello al martello, dalla pala al piccone, insomma, tutto ciò che può servire per i lavori manuali e per il fai da te. I più interessati agli articoli in questione sono certamente i rari uomini che, non impegnati dal lavoro per ferie, permessi o chissà cosa d’altro, si trovano a bighellonare per il paese nella mattinata dedicata al mercato, o gli anziani pensionati memori d’attività oramai cessate.
Feo ed io, lasciate le bici alla rastrelliera vicino alla chiesa, ci mescoliamo tra la folla e ci troviamo immersi nel brusio di sottofondo, rotto dalle urla degli stravaganti venditori che reclamizzano la propria merce come la migliore sulla faccia della terra. Non siamo attratti dai banchetti né dalla merce in esposizione, ma la passeggiata può servire a prendere coscienza del luogo in cui viviamo, visto che, con la scuola, in inverno, non abbiamo mai la possibilità di intervenire a questa specie di raduno, molto importante per chi conduce vita di paese.
Nell’andirivieni generale ci soffermiamo con amici e conoscenti per scambiare qualche frivolo commento sull’incombente estate mentre, qualcuno dei più intimi ci chiede ragguagli sul risultato degli esami appena affrontati, sugli studi che intraprenderemo alle scuole superiori e notizie sulle rispettive famiglie.

domenica 10 marzo 2013

quarto 2° di 2

quarto 2/2
Il gigantesco schermo bianco domina la platea, illuminata dalla luce flebile di piccoli lampioni versione economica, e tra breve si animerà di figure altrettanto gigantesche che incomberanno su ammutoliti spettatori. Le poltroncine si stanno riempiendo di pochi turisti e la prima notte di quiete, vada, da giugno a settembre, adolescenza, etsmolta gente del paese, compresi alcuni conoscenti che saluto da lontano. Nell’attesa Flipper, sistemato nella prima delle tre file di nostra competenza, vicino a Franco, si è rivolto indietro, appoggiando il sedere allo schienale della poltroncina di fronte alla sua e tiene banco con storielle divertenti e barzellette. Qualcuno cerca d’interromperlo, ma non c’è verso, il centro della scena è suo, almeno fino all’inizio del film. Viene interrotto solo dall’affievolirsi delle luci e si mette finalmente seduto, ma non è ancora il momento. Ci sorbiamo la programmazione della settimana successiva, un po’ di pubblicità e, finalmente, il leone ruggente della Metro Goldwin Meyer annuncia l’inizio della proiezione.
Non è la prima volta che vengo al cinema con Martina, ma è la prima volta da quando…
Con la coda dell’occhio controllo la situazione: ha i gomiti sui braccioli della poltroncina, e le mani sul grembo. Poco dopo l’inizio del film, non resisto alla tentazione e cerco disperatamente un seppur impalpabile contatto fisico. Con lo sguardo che non si distoglie dalla proiezione, muovo la mano sinistra nell’ombra verso di lei, sfioro involontariamente la gonna corta, lei ha un impercettibile sussulto, poi trovo la sua mano destra e la stringo: è freddissima, nonostante la tiepida serata. Ci guardiamo: i variopinti bagliori generati dallo scorrere della pellicola, provocano, nei suoi grandi occhi, caleidoscopici giochi di luce che accendono la mia fantasia. Le palpebre, coronate da lunghe ciglia naturalmente arricciate, calano ad intervalli regolari celando ritmicamente lo spettacolo alla mia vista, al pari di minuscoli sipari di un altrettanto minuscolo palcoscenico. La sua mano sotto la mia si muove e si libera, il palmo della mia mano è ora sulla gonna e percepisco la forma di ciò che essa cela pudicamente. È lecito aspettami che tolga la mia mano da lì, invece la copre con la sua, che è ancora fredda, accettando il contatto. Ci rimettiamo a vedere il film, ma la mia mente annega in ardenti emozioni e si strugge come in un fiume di lava che cola da un vulcano in piena fase eruttiva.
Le scene del film si susseguono, una dopo l’altra, sul grande schermo e l’intreccio si dipana tra l’amore tormentato di una donna per un uomo, una bellissima amante ed un amico poco affidabile: a dire il vero del film m’importa ben poco. Potrebbero dare anche Tom & Jerry, lo apprezzerei ugualmente, rimarrei così per ore intere. Giro verso l’alto il palmo della mano che accoglie così il palmo della sua mano non più fredda, le dita s’intrecciano delicatamente provocando piccole indefinite emozioni. Fulcro della nostra intesa sono leggeri movimenti delle dita che interpretano un alfabeto in codice inventato sul momento e noto soltanto a noi.
Fine del primo tempo. All’accendersi improvviso dei lampioni, le nostre mani si lasciano di scatto in un moto quasi istintivo, come se dovessimo nascondere i nostri sentimenti da chissà quali occhi indiscreti. Ne approfitto per una capatina al bar.
«Noccioline? Bibita? Gelato?» – le chiedo.
C’è ressa, al mini-bar del cinema e, aspettando il mio turno, scambio poche battute con Feo:
«Hai visto quant’è carina?» – i suoi occhi sprizzano gioia ed eccitazione, mentre me lo chiede – «Mi piace: vorrei dirglielo!»
«Che cosa aspetti? Questo è il momento giusto! La penombra del cinema crea sempre un’atmosfera particolare.»
«Non ci riesco. Non trovo il coraggio!» – ribatte quasi rammaricandosi.
«Tu? Feo, tra noi due tu hai sempre cercato il primo approccio, tu hai rotto il ghiaccio e tu sei lo sfrontato!» – lo conforto ridacchiando – «Il ruolo del timido non ti si confà perciò, lascialo a me!»
«Dici bene tu! Martina è una ragazza dolcissima, vi trovate a meraviglia e, come se non bastasse, ti ha risparmiato anche la fatica di fare la prima mossa.» – ribadisce pronto.
«Temo di non piacerle e di rovinare tutto!»
«E tu non dirle niente. Fai un gesto carino, provoca in lei una reazione… Ma che te lo dico a fare, sai meglio di me come comportarti!»
«Va bene!» – afferma con una violenta espirazione a labbra semichiuse, come quando riprendiamo fiato agli allenamenti.
Ritorniamo al posto nel momento in cui le luci dei lampioncini si affievoliscono, giusto in tempo per assistere all’inizio del secondo tempo. Porgo a Martina uno dei due cornetti all’amarena; nel gioco di luci ed ombre prodotto dal cono luminoso del proiettore, scartiamo i rispettivi gelati. Prima che io abbia il tempo di portarmelo alle labbra, lei mi cattura la mano ed avvicina la bocca semiaperta prendendosi il piacere del primo morso. Mi offre il suo perché faccia altrettanto. In sfumature come questa, Martina è impareggiabile ed il gelato assume una fragranza che genera sensazioni per me assolutamente nuove. Terminato il gelato, è lei che appoggia la mano destra sui miei jeans, poco sopra il ginocchio, dove trova la mia pronta ad accoglierla ed a riprendere il dialogo in codice da dove lo avevamo lasciato. Il film continua a scorrere inesorabile, ma lo seguo svogliatamente, intento come sono nello scambio di messaggi digitali a fior di polpastrelli e di falangi che s’intrecciano. Non mi distolgo neanche quando, durante le scene più scabrose, Flipper ed altri si lasciano andare ad urletti e brevi fischi d’approvazione provocando le proteste della platea tutta. Martina reclina la testa sulla mia spalla: in un lampo, ascendo al settimo cielo. Valico i confini della Via Lattea ed Orione, Andromeda, Cassiopea, Sirio sono ormai ad un tiro di schioppo. Nel ricadere dal mio viaggio interplanetario, mi ritrovo sulla poltroncina del cinema. Con un movimento del tutto naturale, abbandono la sua mano sui miei jeans per cingerle le spalle con il braccio sinistro, pur col timore di rovinare l’atmosfera. Non si muove, anzi si accoccola ancora di più nell’incavo tra il mio collo e la spalla e non posso esimermi dall’accostare a mia volta il capo sulla sua testa. Mi scopro a sorridere compiaciuto per il solletico provocato da una ciocca dei suoi capelli sulla pelle della mia guancia. Le sue chiome emanano una fragranza che ricorda un rigoglioso giardino esotico in piena fioritura: effluvi di zagara, gelsomino e mughetto si mescolano in un cocktail dall’aroma inebriante. Con la destra cerco, con successo, la sua mano sui miei jeans.
Avrei voluto che il film durasse all’infinito invece, ahimé, scorrono i titoli di coda. Solleva la testa: ci guardiamo. È in brodo di giuggiole ed io più di lei.
Potenza dell’età e dei primi approcci amorosi!
«Oggi pomeriggio, per un interminabile momento, ho temuto di passare la serata senza di te.» – mi confida guardandomi con occhi languidi – «Pensa che cosa mi sarei perduta!»
«Anch’io l’ho temuto! Ma non pensarci più!» – la conforto.
«Ti è piaciuto il film?» – mi chiede distrattamente.
«Certo!» – rispondo sornione.
«Io non l’ho proprio seguito,» – mi confessa abbassando pudicamente lo sguardo – «ho avuto tutt’altro per la testa, stasera.»
«Peccato che sia durato così poco!» – le svelo prendendo il suo mento tra le dita – «Le nostre mani non si sono stancate mai di sfiorarsi, di toccarsi, d’intrecciarsi in un affiatato duetto, come se l’avessimo provato e riprovato all’infinito, per raggiungere la perfetta esecuzione. Come potevo pensare alla trama del film!»
«Non dire altro, il tuo cuore lo ha già detto per te. È stato bellissimo percepire il suo instancabile ritmo attraverso la camicia: ogni tanto il battito accelerava per poi calmarsi di nuovo. Ho scoperto che spesso batteva all’unisono col mio. Chissà…»
«Eri tu!» – la rassicuro – «…o meglio, eravamo noi. Per la prima volta ti ho sentito così vicina.»
«Hai usato la parola “noi” riferito a noi due come una cosa sola. Non lo avevi mai fatto. T’invidio un po’» – sorride – «ed avrei voluto farlo io per prima.»
«Ma è stato proprio così. Tu hai dato lo spunto. Il mio cornetto è diventato il tuo e viceversa. Così è successo, quando ti sei accostata a me: è stato come se io fossi seduto sulla tua poltroncina e tu sulla mia o, meglio, come se la poltroncina fosse solo una per due. Due palline di gelato sul medesimo cono, due mani che si lavano l’un l’altra sotto il comune getto d’acqua, due anime in un nocciolo. Io più te uguale noi!»
«Sei gentile ad attribuirmi un merito che, in realtà, è attribuibile esclusivamente a te!»
Si accendono definitivamente i lampioncini ad interrompere uno sdolcinato idillio nel quale non mi sarei riconosciuto, se non lo avessi vissuto in prima persona. Finalmente abbiamo ripreso la posizione eretta sulle scomode poltroncine a stecche verticali di legno, mentre gli altri sono già nel corridoio laterale, ed indugiamo ancora un po’ seduti, come per trattenere il più a lungo possibile le emozioni recentemente scoperte. Sospiro, mi alzo, le porgo la borsetta, prendo il golfino dalle sue ginocchia e glielo sistemo sulle spalle come fosse una piccola mantella ed ella, alzandosi a sua volta, mi ripaga con un abbraccio strettissimo appoggiando la testa sul mio petto senza alcun timore di compromettersi agli sguardi curiosi di eventuali conoscenti. Il cinema è oramai quasi vuoto e, mio malgrado, con una smorfia di disappunto, le indico con la mano destra la strada verso l’uscita. La ghiaia scricchiola di nuovo sotto le scarpe e seguiamo la corrente mano nella mano nel ricongiungerci al gruppo.
Per la strada che ci conduce in piazza, i commenti dei più sguaiati si soffermano, ovviamente, sulle poche malcelate scene di sesso e qualcuno si dimostra particolarmente in vena nel colorirli con dozzinali commenti che provocano la disapprovazione delle ragazze. Feo non si stacca un attimo da Fulvia che dimostra di non disdegnare le sue attenzioni. Sulle panchine in cemento della grande piazza alberata, c’intratteniamo per gli ultimi commenti e per organizzare la giornata successiva. Martina è seduta con le gambe accavallate, la destra sopra la sinistra dondola armoniosamente al ritmo di un’inesistente melodia, ed io sono in piedi vicinissimo a lei con il fianco sinistro appoggiato allo spigolo dello schienale della panchina, sbocconcellato dall’usura. Tania ed Isabella sono sedute vicino a lei, mentre gli altri sono in piedi disposti a semicerchio di fronte a noi. Feo è leggermente in disparte, con le mani dietro la schiena, appoggiato al tronco cavo di un grande platano e Fulvia gli sta di fronte, in piedi: parlano fittamente e non partecipano assolutamente alla nostra conversazione.
Tra un commento e l’altro Antonio se ne esce con una battuta delle sue:
«Mi sa che qualcuno, stasera ha visto poco del film!» – ed ammicca in direzione del platano dal tronco cavo, dove è in corso un dialogo dai toni molto confidenziali. La sarcastica battuta è indirizzata alla nuova coppia di tortorelle, ma, evidentemente, ci sentiamo anche noi oggetto della frecciatina: Martina storce il collo volgendosi verso l’alto e, mentre la coda di cavallo spenzola aldilà della spalliera della panchina, ci scambiamo una complice, accomodante occhiata. Feo lo fulmina con un saettante sguardo, intanto che Fulvia china timidamente il capo: la penombra non mi consente di accertarlo, ma sono pronto a scommettere che le sue guance sono imporporate da un pudico rossore. È mezzanotte passata da poco, quando un corale “buonanotte” scioglie la compagnia spedendo ognuno verso la rispettiva dimora. Feo, Fulvia, Martina ed io c’incamminiamo sul breve tratto di strada comune ma, quando noi due svoltiamo a destra, verso la via di casa, Fulvia procede dritto sulla strada principale e Feo, invece di svoltare a sinistra, verso casa sua, la segue come un’ombra con l’intento di accompagnarla fino al portone. Un ulteriore saluto di commiato ci congeda dalla potenziale novella coppia. Ci soffermiamo ancora qualche minuto ai piedi del tronco del fido pino secolare, testimone delle nostre effusioni notturne, nella penombra del giardino, poi Martina, di malavoglia, imbocca le scale buie ed io m’incammino verso casa solo dopo averla vista scomparire dentro il portone.
Nel brevissimo tragitto che mi separa da casa, illuminato dalla luce lattiginosa dei lampioncini, filtrata dal fogliame degli alberi che si protendono dai giardini prospicienti la via, mi sorprendo a rimuginare sul recentissimo passato e, soprattutto, sull’esperienza di Martina e me. Fino a meno di quindici giorni fa eravamo amici inseparabili, tra noi la differenza dei sessi non era mai emersa, nel senso che non ci eravamo posti il problema. Eravamo elementi del gioco né più né meno degli altri componenti della compagnia, con i quali spendevamo la maggior parte del nostro tempo libero. Più legati tra di noi, ma solo per il fatto di essere cresciuti insieme, risiedendo in abitazioni vicinissime tra loro. Un po’ come con Feo con l’unica differenza che, con lui, l’inscindibile amicizia è nata in prima Elementare e, da compagni di banco, abbiamo condiviso gioie e dolori, successi e brutti voti, che hanno caratterizzato la nostra carriera scolastica. Nell’inevitabile fenomeno di attrazione verso l’altro sesso non avevo mai pensato alla figura di Martina e mai mi era passato per la mente che potessimo avere bisogno di scambi più affettuosi. Non mi ero mai preoccupato di notare se fosse carina o se mi piacesse; magari lo avevo pensato per Isabella o per Tania, per restare nell’ambito delle più confidenti, ma non per lei. Adesso mi appare sotto una luce incantata, ci stiamo scoprendo molto affiatati e passiamo insieme la maggior parte del tempo libero, pur non privandoci di quel po’ d’indipendenza necessaria per trarre il massimo del piacere dalla nostra storia.
Nel frattempo ho attraversato il cancello, il giardino buio e sono giunto al portone di casa; entro, faccio le scale in silenzio e mi accingo alle operazioni di rito, prima di coricarmi per una notte di meritato riposo.
L’ultimo pensiero, prima di addormentarmi, è ancora per lei.

domenica 28 ottobre 2012

quarto 1 di 2

Quarto 1/2
Pochi giorni di vacanza mi separano dal mio primo giorno di lavoro stagionale presso il piccolo albergo di un amico di famiglia a due passi dal mare, confinante con la pensione dello Zingaro.
Me la spasso con la solita combriccola ma soprattutto con una Martina radiosa e piena di energia. Di giorno sulla spiaggia o la sera al piccolo Luna Park allestito nelle vicinanze del mitico campino: è sempre all’altezza della situazione ed inventa tenerissime coccole, quando ci concediamo qualche momento d’intimità.
l'ultima notte di quiete, cinema estate, vada, spiaggia, mareSull’arenile della spiaggia libera in fondo alla Via del Mare, nell’aria calda di un pomeriggio di fine Giugno, approfittando degli ultimi giorni in cui l’affluenza dei turisti è ancora scarsa, abbiamo imbastito una partita di calcio all’ultimo granello di sabbia: Feo, Franco, Antonio ed io da una parte; Mimmo, Flipper, Massimo e Luca dall’altra. Delimitazioni del campo: nessuna. Le porte: gli zoccoli piantati nella sabbia. Una fatica indescrivibile, ma il divertimento è assicurato. Dopo i primi approcci in cui ci arrischiamo in palleggi, finte di corpo e schemi, che riflettono quanto appreso durante gli allenamenti invernali, iniziamo a perdere il passo, i rimbalzi della palla diventano imprevedibili sulle gobbe caratteristiche della spiaggia; ben presto l’agonismo prende il sopravvento sulla tecnica e ciò che era iniziato come una partita di calcio, assume sempre di più i connotati di un incontro di rugby. Le ragazze sono distese supine sugli asciugamani a prendere il sole, inizialmente disinteressate e, man mano, sempre più attratte dagl’inevitabili schiamazzi che si levano dalla furiosa ma pur sempre amichevole mischia. Le scorgo distese in avanti, ora, appoggiate sui gomiti, con le teste dritte che sorridono divertite. I dieci minuti che seguono trascorrono all’insegna del caos più completo, con un groviglio umano che si rotola sulla spiaggia noncurante della palla, primordiale scintilla di questo pirotecnico diversivo. Spossati ci accasciamo al suolo, con la pelle marcata da segni rossastri causati dalla colluttazione ed infarinati di sabbia bianca fin sopra la punta dei capelli: percepisco i finissimi granelli persino in bocca, tra i denti e dentro gli slip con un fastidio al limite dell’insopportabile. Con l’impeto violento di un’orda di barbari incivili, prendiamo la rincorsa verso il mare dove ci tuffiamo con un fragore che attira l’attenzione di gran pare dei frequentatori della spiaggia. Una nuotata purificatrice ritempra i nostri fisici spossati dall’immane quanto inutile fatica. In acqua, mi tolgo lo slip provvedendo ad una copiosa risciacquata per liberarmi dai fastidiosi granuli insinuatisi tra le pieghe del costume e la mia pelle sudata. Mi ricompongo e raggiungo nuovamente il campo base. Le ragazze, sui teli di spugna colorati, volgono ancora la schiena al sole ed alla riva del mare e non si accorgono del mio arrivo: dalla mano, faccio sgocciolare un po’ d’acqua sulle spalle di Martina che si volta di scatto in risposta ad un improvviso brivido. Mi scruta con sguardo artificiosamente arcigno ed io mi corico sul suo stesso telo in attesa di una reazione che non tarda a manifestarsi. Prende un pugno di sabbia e minaccia d’infarinarmi un’altra volta, ma poi ci ripensa e mi rifila un minuscolo morso sul naso. Si corica di nuovo, questa volta sulla schiena, io mi isso sul gomito sinistro, appoggio la testa sul pugno chiuso, mi soffermo pochi istanti a contemplare il fiore che mi sta di fianco e le accarezzo il collo con il dorso delle dita ancora fredde e parzialmente avvizzite dal recente bagno in mare. Mi accorgo di un sottile brivido che percorre la sua epidermide, confermato dalla caratteristica pelle di gallina che su di lei assume sembianze incantevoli, e mi accingo a sedare prontamente il fremito con un bacino alla base del collo, nell’accattivante incavo tra le due clavicole. La pelle buccia di pesca ritorna liscia e vellutata destando in me irrequieti impulsi assolutamente fuori tempo e luogo, che difficoltosamente riesco a pacare. Mi distendo e catturo la sua mano destra con una stretta vigorosa che placa in parte le smanie recentemente stimolate.
Poco dopo si alza, distinguo la sua esile silouette in controluce, mi tende le mani alle quali mi aggrappo per tirarmi su ed abbandoniamo temporaneamente il resto della compagnia per una rilassante passeggiata sulla battigia con il mare alla nostra destra. Valichiamo la diga di scogli che si protende in mare e raggiungiamo un tratto del lungomare scarsamente frequentato. La striscia di spiaggia fuori del paese è deserta di questi tempi e, prefigurando l’imminente invasione turistica, ce la gustiamo tutta per noi. I sempreverdi cespugli di tamerici, a pochi passi dalla battigia, coprono la visuale dei campi circostanti e circoscrivono il paesaggio conferendogli una certa riservatezza. Mi saltella intorno elettrizzata, mi schizza prendendo a calci l’acqua bassa, ed io faccio altrettanto, poi mi corre incontro, prende le mie mani nelle sue, si accosta:
«Andiamo al cinema, stasera?» – mi chiede – «Danno un film che vorrei vedere con te.»
«Perché no!» – replico io – «Ogni tuo desiderio è un ordine!». Si abbuia in faccia e prende le distanze, con le mani che si perdono.
«Io non ordino niente, se non ti va, ci vado da sola e tu puoi pure uscire per conto tuo!» – replica risentita.
“Che cosa ho detto di tanto orribile?” – penso dispiaciuto – “mi sembrava una cosa carina mettermi a disposizione dei suoi desideri. È quello a cui aspiro di più, in questo momento”.
Ha messo il broncio. “Ma perché?” – continuo a rimuginare.
Mi avvicino e faccio per prenderle il mento tra le dita, ma mi sfugge con uno scatto risoluto della testa. Ha portato le mani dietro la schiena e cammina con gli occhi bassi con i lunghi capelli che celano, al mio sguardo, il visino crucciato. La nostra prima litigata. Non è possibile, per un motivo così futile.
Cammino al suo fianco in silenzio: la guardo, ma lei non alza la testa e, ogni tanto, da un calcio ad una di quelle palline spugnose composte d’alghe rinsecchite che si trovano spesso sulle nostre spiagge, facendola rotolare lontano. Cerco di afferrarla per mano, ma mi evita di nuovo con una scrollata dell’esile busto. Segue qualche interminabile istante di silenzio assoluto, rotto solo dal cadenzato frangere delle onde e dall’urlo di un inopportuno gabbiano che vola verso il largo. Allungo il passo, la supero, mi volto, mi fermo di scatto davanti a lei e l’afferro deciso per le spalle inducendola a guardarmi:
«Che cosa ho detto di male?» – le chiedo determinato ma sereno.
Una fioca incertezza poi, mantenendo basso lo sguardo e con una vocina che mi riempie di tenerezza, sussurra sommessamente:
«Se non vuoi venire al cinema con me, basta dirlo!»
«Ma io lo voglio.» – replico sbalordito – “le ho dato questa impressione?” – rimugino.
«Hai detto che è un ordine, agli ordini si obbedisce. Gli ordini non si eseguono spontaneamente: quindi lo fai controvoglia. Non hai nemmeno voluto sapere di che film si tratta.»
«Hai equivocato. Ho solo preso in prestito un modo di dire. Volevo che tu sapessi che ogni tuo desiderio è un mio desiderio. Non m’interessa di che film si tratta, voglio solo passare la serata insieme a te. Io vado al cinema, se tu vai al cinema, faccio una passeggiata se la fai anche tu e scalo il Monte Bianco se tu lo vuoi. Non abbiamo mai litigato da quando ci conosciamo, praticamente dalla nascita, ed ora che ci siamo riscoperti in questa nuova meravigliosa ottica, vogliamo bisticciare per una stupidaggine? Non sia mai!»
Alza lo sguardo, mi fissa occhi negli occhi ed il broncio sta già dileguandosi gradualmente, mentre, adagio, si scioglie tra le mie mani ed io allento la presa.
«Io sono felice, quando tu sei felice!» – concludo.
Mi getta le braccia al collo, accosta il suo corpo al mio ed appoggia la fronte al mio mento, ancora con gli occhi bassi, mentre le cingo con le mani la sottile vita. Un minuto di sensazioni impareggiabili, poi, all’improvviso, si discosta mi ghermisce la mano e mi trascina in mare correndo e sollevando spruzzi tutt’intorno. Mi si avvinghia di nuovo al collo e mi trascina sott’acqua con forza, riemergo e non ho neanche il tempo di respirare che mi tappa la bocca con un bacio mozzafiato. Siamo entrambi un’altra volta completamente sommersi. Emergiamo tra la schiuma generata dai nostri stessi incontrollati movimenti. Il suo viso è di nuovo raggiante. La nuvola passeggera, foriera di pioggia e di tempesta, si è sollecitamente dissolta, per fortuna, lasciando il campo ad un sole sfolgorante. La mia Martina, quella vera, ha preso di nuovo il sopravvento. Mi accorgo che non è bello litigare, ma è fantastico riconciliarsi.
Il cinema all’aperto, allestito per la stagione estiva, è una delle poche attrazioni serali del paese. I film non sono, ovviamente, di prima visione tuttavia, pur di non bighellonare per la piazza, una serata al fresco fa sempre piacere, specialmente se in buona compagnia.
Alle nove e mezzo di sera è prevista la proiezione di La prima notte di quiete, con Alain Delon, idolo incontrastato delle donne: quasi una prima visione, vietato ai minori di 14 anni ma questo non è più un problema.
Esco di casa e, per le scale, mi compiaccio dei miei jeans leggeri e della camicia a righe verticali sottili bianche e blu. Immancabile il golfino arrotolato e legato, per le maniche, al di sopra dei fianchi. Apparentemente come al solito, passo a prendere Martina poco prima delle nove. Suono il campanello del giardino.
«Scendo subito!» – risponde una voce argentina attraverso il citofono. Pochi secondi e sbuca dal portone sul pianerottolo delle scale esterne.
Chissà che effetto le fa vedere le espressioni, probabilmente grottesche, che la mia faccia assume allorché la osservo, inebetito, scendere le scale senza toglierle gli occhi di dosso. Se i suoi sono alla finestra ed anche loro hanno notato tutto ciò, ho messo seriamente a repentaglio la riservatezza dalla nostra innocente relazione. Un paio di sandalini bianchi col tacco basso, una gonna corta azzurra mette in evidenza le gambe affusolate e dritte, una maglietta aderente bianca e azzurra si modella gradevolmente sui delicati lineamenti del busto, un golfino di cotone bianco spenzola, accuratamente piegato, sull’avambraccio destro, mentre la mano sinistra scivola lievemente sulla ferrea ringhiera nera, la solita catenina d’argento ed i capelli raccolti in una lunga e folta coda di cavallo. Dalla spalla destra penzola una borsetta di tela bianca.
«Che vado a fare al cinema, è questo il mio film.» – le sussurro intanto che c’incamminiamo verso la piazza all’appuntamento con il resto della ciurma.
Mi sferra un buffetto al fianco destro, accompagnato da un risolino ironico, con la punta della lingua che fa capolino tra i denti bianchissimi. Salutata l’allegra brigata, ci avviamo verso il Viale Italia accompagnati dalla solita festosa cagnara degli amici più vivaci, capitanati da un Flipper in forma sfolgorante. Feo, stasera, è più calmo, intento com’è a prestare mille attenzioni a Fulvia, una nuova amica, piuttosto carina, che si è unita da poco al nostro gruppo.
Il cancello del cinema è già aperto. Una coda di una quindicina di persone si snoda di fronte alla cassa, attendiamo il nostro turno e, quindi, ci dirigiamo all’ingresso dove la granitica Clelia, dall’aspetto alquanto mascolino, strappa i biglietti e ci fa accomodare. La ghiaia a grana grossa crepita sotto le scarpe nel cammino che dal cancello ci conduce alla platea. Le file di poltroncine verdi a stecche di legno sono separate da un corridoio longitudinale e due trasversali a formare sei settori ben definiti. Ci distribuiamo su tre file del settore di sinistra più lontano dallo schermo sistemandoci quattro o cinque per fila. Martina è alla mia sinistra e siamo seduti nell’ultima delle tre, l’ideale per controllare le manovre all’interno del gruppo. Fulvia è seduta di fianco a Martina e Feo accanto a Fulvia per completare lo schieramento. “Chissà se, con l’aiuto della penombra del film, Feo metterà in atto qualche tentativo di seduzione. Fulvia gli piace molto e mi sembra che anche lui non le sia del tutto indifferente.” – mi viene da pensare. Mi sporgo in avanti e colgo lo sguardo di Feo che si sporge a sua volta, sorrido e gli faccio l’occhiolino. In certe situazioni l’orologio che controlla i nostri riflessi è perfettamente sincronizzato e c’incontriamo sempre ad ogni appuntamento, anche se improvvisato, come in quest’occasione. Risponde nello stesso modo ed aggiunge un sorriso beffardo.
…Continua

domenica 1 luglio 2012

terzo 3 di 3



terzo 3/3
Giunto a casa, mangio in fretta, il tempo di cambiarmi e sento già le voci dei due compari che reclamano la mia presenza. Scendo le scale di corsa. Garage, bicicletta.
«Dove andiamo» – chiedo.
«Alle sabbie mobili del pontile!» – risponde Franco eccitato.
La zona erroneamente denominata “delle sabbie mobili”, in realtà, non è altro che una circoscritta fascia di spiaggia dove la larghezza della battigia raggiunge qualche decina di metri conferendo alla sabbia un aspetto acquitrinoso assolutamente poco consistente e cedevole al passo. Ai limiti della spiaggia, una piccola pineta. L’ampiezza dell’area è stata incrementata con gli anni, dopo la creazione di un bacino dove sono state depositate le sabbie di dragaggio del canale d’accesso al pontile. Il colore candido della sabbia e la presenza di dune, nella parte più vicina alla pineta, attribuiscono al paesaggio una fisionomia fantastica, al limite dell’irreale, capace di ghermire la fantasia di chi vi si avventuri con lo spirito di un ragazzino. In qualche punto si riesce ad affondare fino all’altezza delle cosce e la zona potrebbe essere pericolosa per bambini piccoli che vi si recassero senza la presenza vigile dei genitori, per questo è cautelativamente recintata con tanto di cartelli di pericolo. Noi riusciamo ad entrare facilmente grazie ad un buco nella rete di cinta scoperto tempo addietro. Solitamente ci facciamo risucchiare i piedi e le gambe dalle sabbie mobili nelle quali passeggiamo a lungo, saliamo sulle dune, vaghiamo sotto i pini… conosciamo la zona palmo a palmo. Come in una foresta boreale, immaginiamo liane che penzolano dagli alberi, gigantesche anaconde che sbucano dalle zone acquitrinose e salmastre, tribù di cannibali che c’inseguono minacciose ed imbastiamo avventure degne del miglior Salgari. Una volta che la fantasia ha dato lo spunto iniziale, ognuno aggiunge particolari avvincenti che permettono alla storia di nascere e compiersi nel breve giro di un pomeriggio. Ogni spunto, anche il più assurdo, viene preso in considerazione e colorito da espressioni razziate dalle pagine di romanzi di avventure per ragazzi. Ogni volta un episodio diverso. È passato quasi un anno dall’ultima volta che siamo penetrati nella nostra jungla personale e provo una certa emozione. Una breve ricerca e scoviamo il buco nella rete, entriamo. Pochi passi lungo un aspro viottolo tra i rovi e siamo pronti ad immaginarci una nuova vicenda. Finalmente giungiamo allo scoperto. Siamo disorientati: è tutto scomparso. Non ci sono più le dune, nemmeno le sabbie mobili, la pineta è pulitissima e le recinzioni sulla battigia sono state rimosse. È diventato un ordinarissimo tratto di spiaggia. Molto bello, niente da dire, ma insipido. Feo cade seduto ed incrocia le braccia appoggiandole sulle ginocchia piegate.
«Vi rendete conto?» – dice con disappunto.
«Dev’essere successo durante l’inverno.» – ipotizzo io.
«Quando ci siamo stati, l’ultima volta? Agosto o settembre dello scorso anno, vero?» – interviene Franco.
«Quelli del pontile hanno dato una bella ripulita!»
«Effettivamente, dal punto di vista estetico era uno schifo e piuttosto pericoloso, oltretutto.»
«Hanno raso al suolo il nostro set cinematografico.» – e mi incammino verso la battigia, prontamente seguito.
Effettivamente è stato fatto un buon lavoro. Logico che ci siamo rimasti male, era una parte di noi, ma ci rendiamo in fretta conto che era inevitabile.
Ci sediamo sulla spiaggia, rivolti verso il mare e, da una battuta all’altra, riprendono lentamente vita sprazzi delle storie partorite, in passato, dalla nostra fantasia in quel luogo per noi così importante. Tra un’imboscata d’agguerriti pigmei, un’estenuante caccia ad una tigre ferita ed il ritrovamento di un favoloso tesoro di pirati, il pomeriggio passa senza accorgersene ed il sole si avvicina all’orizzonte. Ritorniamo sui nostri passi soddisfatti, nonostante tutto. Attraversiamo di nuovo il buco, anche se abbiamo visto che la rete è ormai ridotta a poche decine di passi e sarebbe più comodo aggirarla, ed inforchiamo i mezzi di locomozione che ci trasporteranno alle rispettive abitazioni.
Nell’aula d’Educazione Artistica l’insegnante distribuisce, ad ognuno di noi, un quarto di cartoncino Bristol, gentile concessione del Ministero della Pubblica Istruzione. Il tema da rappresentare è già scritto alla lavagna. “Estate!”. Niente di più vago. Mi viene in mente una delle spiagge della nostra zona, piena d’ombrelloni, affollata di turisti che prendono la tintarella, bambini che giocano a pallone, che fanno castelli di sabbia, gente che si tuffa ma la complessità della rappresentazione mi consiglia di ripiegare verso qualcosa di più sobrio. Nel mio immaginario prende corpo un campo di grano con un paio di purpurei papaveri in primo piano ed uno spaventapasseri, sulla destra, a guardia del raccolto. Un filare d’ulivi secolari in secondo piano, sulla sinistra del foglio, una verde collina sullo sfondo ed un paio d’uccelli che si librano nel cielo azzurro, completano il mio capolavoro. Penso che la scelta dei pastelli ad olio sia stata azzeccata, particolari e sfumature risultano plasmati in maniera soddisfacente ed alle undici e venti, in clamoroso anticipo, consegno il disegno ritenendomi soddisfatto. Sono stato uno dei primi e noto che Feo è ancora intento nella realizzazione della sua opera d’arte: intravedo la spiaggia, il mare, qualche ombrellone. Scambio due chiacchiere con il prof che, al solito, si dimostra molto disponibile ed alla mano e si lascia sfuggire un commento favorevole nei confronti della mia tavola: la considera un po’ troppo essenziale ma in tema con il titolo proposto e ben rappresentativa. Chiedo il permesso di uscire. Permesso accordato. “Feo, sbrigati.” – lo sollecito col pensiero.
Mattinata totalmente rilassante, niente a che vedere con quello che si profila sull’orizzonte della settimana prossima.
Nella sequenza delle interrogazioni sarò uno degli ultimi, ed il programma prevede che venerdì prossimo sarà il mio turno, mentre Feo se la sbrigherà con ventiquattro ore d’anticipo.
I giorni passano inesorabili e la preparazione per l’esame procede a ritmo spedito, ormai mancano solo gli ultimi ritocchi. Una pausa domenicale ci consente di ritrovarci alla spiaggia con gli amici del paese e rinfrancare l’intelletto dalle fatiche di questo micidiale tour de force. Siamo una quindicina in tutto, in maggioranza ragazzi: due calci ad un pallone, una nuotata nel mare pulito che rinfresca dalla calura e qualche minuto disteso al sole ad occhi chiusi con le braccia incrociate sotto la nuca. La sabbia finissima e tiepida si plasma sotto l’asciugamano in seguito alla pressione esercitata dal mio corpo. Un’ombra mi copre parzialmente l’astro luminoso.
“Sarà un aquilone” – immagino.
Non si sposta. Apro gli occhi. Martina si è seduta accanto a me con le gambe raccolte, ha appoggiato la mano destra sul bordo dell’asciugamano, dalla parte opposta, facendo ponte sopra di me col proprio corpo e mi guarda. Senza proferire parola, con l’altra mano strizza le punte dei capelli lunghi e bruni affinché l’acqua salmastra goccioli sul mio ventre all’altezza dell’ombelico, dove si forma una minuscola piscina. Nella suggestiva immagine generata dal controluce mi accorgo d’inquadrare la figura di Martina in una cornice diversa dal solito. Che novità è questa? Martina: amica d’infanzia, vicina di casa, compagna di giochi. A scuola nella stessa classe per tutte le elementari. Martina: occhi grandi, ciglia lunghe, iridi castane, viso ovale, collo slanciato. Sull’esile corpo indossa solo un bikini turchese bordato di bianco, che spicca sulla pelle il cui colore ricorda la nocciola, e non solo per l’abbronzatura. Una corta catenina d’argento oscilla tra il mento e la base del collo, e culla ritmicamente il mio sguardo come un’altalena.
“Ma guarda quant’è cambiata!” – è la prima cosa che mi viene in mente.
Senza che me ne sia accorto, la bambina che conoscevo è stata rimpiazzata da una graziosa signorina. Mi piace! Non mi sembra il caso di domandarmi il perché prendono corpo certe situazioni ed esito nell’attesa di una nuova mossa. Martina si china e, con mia gradevole sorpresa, appoggia la bocca sulla mia guancia sinistra in un tenero bacio. Si tira su e continua a guardarmi. Ricambio con una carezza che lei dimostra di accettare con piacere. Asseconda l’iniziativa nel chinare la testa da una parte, finché la sua guancia occupa pienamente l’incavo del palmo della mia mano semiaperta. Mi metto seduto e continuiamo a guardarci. Il resto della banda sembra ignorarci, almeno finché rimaniamo seduti ma, come ci alziamo in piedi, la spiaggia si ferma ed un riflettore ad occhio di bue punta inesorabile su di noi ergendoci a protagonisti di un’imprevista e magica rappresentazione. Gli altri ci adocchiano e sorridono maliziosi, ma chi se ne importa. Il sole volge al tramonto, quando decidiamo di rivestirci ed incamminarci verso casa. Lungo la via del mare ci teniamo candidamente per mano e scambiamo le impressioni sulla giornata appena trascorsa, senza cercare spiegazioni per quello che è successo tra noi. È stato così naturale! Il resto del gruppo urla e schiamazza come al solito, con Feo e Flipper che dirigono le operazioni. Alla spicciolata il gruppo si assottiglia e, in piazza, anche noi due ci dirigiamo verso casa. Prima di voltare l’angolo che ci porterà sulla via dove si affacciano le nostre abitazioni, spontaneamente mi arresto e Martina fa altrettanto, faccio in modo che rivolga lo sguardo verso di me finché le bocche si sfiorano in un innocente e fuggevole bacio a labbra socchiuse. Un brivido mi percorre fulmineamente la schiena. Sorridiamo felici. Pochi passi e la lascio al cancello del giardino di casa sua. Ci salutiamo come se niente fosse, con l’intento di nascondere i nostri sentimenti ad occhi curiosi ed indiscreti di pettegole comari che sbirciano da dietro le tendine delle finestre.
Nei giorni successivi, mio malgrado, sono costretto a dedicarmi agli esami anima e corpo ed anche gl’incontri con Martina sono meno che saltuari. Lei ha la prova orale mercoledì e, quindi, si toglierà il dente prima di me. Tre giorni di fuoco: mercoledì Martina, giovedì Feo, venerdì io.
Venerdì. Sull’autobus che mi porta a scuola penso a Martina, che mi ha raccontato di aver fatto una buona figura e questo mi solleva. È confortante che anche Feo si sia comportato bene. Alle dieci e un quarto entro nell’aula dove i professori sono schierati dietro una diga di banchi disposti a ferro di cavallo. Sonia sta sostenendo l’esame, mi siedo ed ascolto, con piacere, che se la sta cavando egregiamente. È tra le grinfie di quella di Francese: dovrebbe essere agli sgoccioli. Pochi minuti e la Rossa, che occupa la postazione più a sinistra, m’invita ad accomodarmi sulla sedia di fronte a lei:
“…Ma come, Sonia non ha ancora finito” – mi lamento mentalmente con me stesso. Le mie facoltà intellettive subiscono un temporaneo black out dal quale, per fortuna, mi riprendo prontamente.
Omero, Calvino, Marinetti: le domande spaziano nell’ambito del vasto programma d’Italiano. Dopo un’esposizione caratterizzata da alterne fortune, passiamo alla Storia: Fascismo, Seconda Guerra Mondiale, Patriottismo e fondazione della Repubblica. Sono leggermente in affanno. Si passa a Geografia: Canada. Niente male!
«Per me può bastare!» – annuncia, annotando qualcosa su un registro aperto. Sospiro.
Sposto il mio raggio d’azione un metro verso destra dove la mia prof preferita sta piazzando i paletti per uno slalom gigante, tra un teorema, un corollario, parallelepipedi, coni e formule varie, tra i quali mi destreggio piuttosto abilmente.
«Te lo lascio…» – dice rivolgendosi alla sua destra.
«Bonjour!»
«Bonjour a vous!» – rispondo io.
Si rammenta delle mie difficoltà sulle abitudini alimentari dei nostri cugini francesi, ma questa volta non ci casco e la sommergo a suon di croissant, soupe de asperges, viande a la grille, pate de foie gras, lapin, fromages e chi più ne ha più ne metta. Rispondo egregiamente ad una semplice domanda su Robespierre ed una su Place de l’Etoile, recentemente ribattezzata Place Charles De Gaulle, e cambio di nuovo la postazione.
Ho concretamente superato i valichi più difficoltosi e procedo spedito verso il traguardo. Le altre materie sono una pura formalità.
«Si accomodi pure!» – l’ultimo della fila, lo scultore, per esigenze di forma, mi congeda con un insolito lei, ma non rinuncia ad un’ilare smorfia del viso, accompagnata dalla mano destra chiusa a pugno con il pollice in alto in un rassicurante, esotico “OK”.
Raggiante scendo le scale di corsa ed esco sul piazzale dove, imprevedibilmente, Martina mi sta aspettando. I lineamenti del volto sono tesi, ma si distendono nel momento in cui nota la mia soddisfazione per aver finalmente concluso la faticaccia. Un attimo di comprensibile smarrimento, dovuto allo stupore di trovarmela di fronte, poi la gioia prende il sopravvento, lei mi corre incontro, io incontro a lei, mi salta al collo e la avvolgo in un vigoroso abbraccio che mi libera definitivamente dallo stress del periodo appena trascorso. Appoggia la fronte contro la mia, poi se ne distacca, mi guarda negli occhi:
«Finito?»
«Finito!» – replico io con un sospiro. E c’incamminiamo verso la solita pensilina dove il fedele autobus ci preleverà per condurci a casa.
Nei giorni che seguono assaporiamo i piaceri di un assoluto riposo, oziando, prevalentemente sulla spiaggia. Martina ed io ci scopriamo molto affiatati e, nel frattempo, c’è scappato anche il primo bacio vero, inesperto ma vero, insaporito dalle incertezze e dalle paure caratteristiche della giovanissima età. È successo l’altra sera, a mezzanotte, nella penombra del giardino di casa sua, a ridosso del grande tronco di un pino quasi secolare. Fantastico!
La mattina in cui vengono esposti i risultati, ci rechiamo in massa a scuola dove la bacheca è ancora vacante. Capannelli di ragazzi consentono d’individuare le varie sezioni e le facce dei protagonisti sono visibilmente più distese, dall’ultima volta che ci siamo visti. Anche Nanni è della partita, fedele fino all’ultimo alla terza “A”. Pochi minuti e la bidella apre il portone annunciando di aver appeso i quadri con i risultati: la ressa è generale. Mi faccio largo a spintoni cercando di proteggere anche l’avanzata di Martina che, di statura poco più bassa della mia ma di corporatura minuta, rischia di essere travolta nel pigia-pigia generale. Frugo con lo sguardo all’interno della bacheca alla ricerca del tabulato riguardante la terza “A” e finalmente lo trovo. Scorro l’elenco: eccomi. Buono! Il giudizio non è come mi aspettavo, ma va bene lo stesso. Forse la prof d’Italiano non ha apprezzato l’iniziativa del novello pubblicitario, o forse non mi sono espresso bene nella prova di Francese. Escludo a priori la possibilità di un qualsiasi errore a Matematica.
Neanche Feo sembra soddisfatto del giudizio ricevuto, identico al mio, mentre Martina si gode beatamente il suo Ottimo che ha rispettato in pieno le previsioni. Entrambi, comunque, concordano con me che, qualunque sia stato il risultato, è andata, ed è la cosa più importante.

domenica 13 maggio 2012

terzo 2 di 3

Terzo – 2/3
La mattina dopo, alla fermata dell’autobus, Feo è già lì con lo zaino dei libri tra i piedi.
«Quanto fa due più due?» gli chiedo prima ancora di augurare il buongiorno.
«Cinque!» risponde lui non risparmiandomi un’occhiataccia, poi sorride e mi rendo conto che la crisi è passata.
Con l’autobus arriviamo puntuali davanti alla scuola. Puntuale anche la campanella delle otto e venti. Nanni oggi non è venuto: è rimasto a dormire.
Occhi dolci ci aspetta sulla porta dell’aula: indossa un abitino rosso a pois neri di tessuto finissimo, abbastanza scollato sul davanti, ma senza mettere in mostra niente di compromettente. Un girocollo di perlelezioni-di-matematica-e-geometria_1.jpg candide adorna il bel collo da cigno. I capelli biondi raccolti sulla nuca conferiscono ancora più luminosità al suo già radioso volto sul quale spiccano gli occhi celesti impercettibilmente truccati. “Eh! Avesse una ventina d’anni in meno!!!”
Ci fa accomodare ai nostri posti rimanendo vigile sulla porta della classe, dopodiché entra a sua volta, esterna gli auguri di rito ed apre la busta fatidica provvedendo alla trascrizione del compito alla solita lavagna. Nel corso dell’operazione, i procedimenti per risolvere i vari esercizi prendono corpo nella mia mente e, auspicando di non commettere errori di distrazione, non dovrei incontrare particolari problemi.
La prof distribuisce la canonica coppia di fogli protocollo a quadretti piccoli, immancabile la vidimazione del Ministero della Pubblica Istruzione in alto a destra, con la raccomandazione, per noi non nuova, di consegnarli entrambi, anche se stropiccicchiati per usare un termine da lei adoperato spesso. Aggiunge che la tentazione di copiare è ovviamente fortissima, al compito di Matematica, e perciò ci raccomanda di dimostrare la nostra determinazione e forza di volontà vincendo la stessa tentazione e portando a termine il lavoro in maniera regolare.
«Ritengo superfluo ricordarvi quale sarà la sanzione, nel caso in cui qualcuno venga beccato…» – sono le sue ultime parole prima di augurarci un buon lavoro.
Un’occhiata alla classe, un rapido ammicco con Feo, che abbozza una simpatica smorfia a conferma che la crisi della sera precedente è solo un ricordo, e, di gran carriera, a bordo della fida Bic, prendo il via sul foglio protocollo, lungo un immaginario circuito disseminato di figure geometriche, numeri, calcoli, radici quadrate e parentesi dalle forme più bizzarre.
Sfreccio velocemente tra equazioni e sistemi la cui risoluzione è una pura formalità, mentre un imprevisto inconveniente di carattere tecnico mi attarda nell’impostazione del problema di geometria. Una rapida sosta agli immaginari box, tanto per riordinare le idee. Una piramide, a base quadrata, è stata perfidamente tagliata, ad un’altezza nota, da un piano inclinato di trenta gradi e trovarne il volume e la superficie totale mi crea non poche difficoltà. La rappresentazione grafica è buona, ma la strada per raggiungere i dati sufficienti si presenta irta di scabrosità che, al momento, mi sembrano insormontabili. Scompongo la figura e la ricompongo. Feo sta andando avanti di buona lena, beato lui! Mi prende il panico. Non ci riesco. Comincio ad elucubrare su quanto potrebbe incidere la mancata risoluzione dell’esercizio. Forse non troppo, visto che ho risolto più di metà del compito, ammesso che abbia svolto tutto senza il minimo errore… Una piccola imprecisione su ciò che ho già fatto potrebbe costarmi cara, se non risolvo il problema di geometria. Sono quasi alla disperazione. Passano inesorabili i minuti, forse è già passata mezz’ora, da quando mi sono bloccato. Non ce la farò mai. Feo ha notato il mio comportamento e, con un calcio di sottobanco, attira la mia attenzione. Con un cenno della testa e della mano mi chiede cosa c’è che non va! Io mi accerto che occhi dolci non mi veda, poi muovo le labbra senza emettere alcun suono, ma ciò che voglio dire è inequivocabile:
«La piramide… panico».
«Non ti angosciare, al massimo ti bocciano» – mi dice lui, con lo stesso sistema, rendendomi pan per focaccia.
Sorride sotto i baffi. Lo mando a quel paese. Non siamo riusciti a nascondere totalmente il nostro, pur breve, scambio di sensazioni ed un «Allora…..!» tonante scuote la classe. Rivolgiamo le teste verso la cattedra e gli occhi non più dolci hanno assunto un’aria severissima capace di congelare le fiamme dell’inferno. Una vampa di calore mi avvolge il viso, probabilmente sono arrossito per la vergogna, sollevo lievemente la mano all’indirizzo della prof, in un cenno di scusa, e mi rinchiudo nel mio angolo di disperazione. Calma! Calma e sangue freddo! In fondo, è solo un problema di geometria, ne ho risolti a migliaia, anche di più difficili. Manca ancora più di un’ora alla campanella. Un imperativo: ripartire da capo, dall’enunciato del problema. Uno scarabocchio gigante e rabbioso annulla le operazioni effettuate fino a quel momento, prendendo per buono solo il disegno della figura geometrica, che è venuto piuttosto bene. Rileggo il testo con attenzione. Analizzo la figura ed i dati a disposizione. Niente di nuovo. Alzo la testa verso la cattedra. Lei sta sfogliando una rivista, distoglie lo sguardo ceruleo che compie un rapido giro sulle teste chine dei suoi ragazzi. M’individua, assorto nella ricerca di una soluzione dell’arcano. Gli angoli della sua bocca si curvano verso l’alto in un aperto sorriso ed il temuto sguardo austero di qualche minuto innanzi, a dire il vero inevitabile, si è magicamente dileguato. Una lampadina si accende nella mia testa come all’Archimede Pitagorico dei noti fumetti di Walt Disney. Per l’ennesima volta, scompongo mentalmente la figura, ma questa volta percepisco che è quella buona. Per la superficie totale basta considerare un quadrato come base inferiore, un trapezio isoscele come base superiore, altri due trapezi isosceli e due trapezi scaleni per la superficie laterale. Il calcolo del volume è un po’ più complesso: tronco di piramide tagliata da un piano orizzontale e, sulla vetta, un parallelepipedo a base triangolare e due piramidi, anch’esse a base triangolare. Le jeux sont fait. Trasferisco sulla carta l’elaborato mentale e ritrovo la serenità. Sento su di me lo sguardo di Feo, che forse ha già finito. Mi volto verso di lui e faccio l’occhiolino: si avvede che ho finalmente trovato la soluzione ed agita il pugno in cenno di vittoria. Quasi all’unisono consegnamo gli elaborati e mi sciolgo allorché la prof mi chiede:
«È passata, la crisi?» Si è accorta di tutto. Non finisce mai di stupire. La rimpiangerò.
La ripago con un laconico: «Si!» dopodiché salutiamo ed usciamo dall’aula.
Percorrendo il corridoio e poi, scendendo le scale, confrontiamo, a memoria e con soddisfazione, i risultati dei vari esercizi: torna tutto alla perfezione. Franco, stavolta, è ancora in classe: lo aspetteremo sul piazzale. All’uscita alcuni dei nostri compagni fanno crocchio e sembra che il compito sia andato abbastanza bene per tutti. Qualcuno si lamenta per errori di calcolo, ma i procedimenti dovrebbero essere azzeccati. Passa un quarto d’ora e Franchino appare sul portone letteralmente stravolto. I suoi rapporti con la Matematica sono sempre stati di amore-odio e mi sa che oggi ha prevalso l’odio. Inizia a raccontare le difficoltà incontrate e, man mano che spiega, gli confermiamo che ha seguito i ragionamenti giusti. Ripresa fiducia, confronta i suoi risultati con i nostri e, a parte un “virgola qualcosa” nel volume della piramide maledetta, sembra che tutto collimi. Quasi inconsapevolmente, ha risolto in maniera corretta tutti gli esercizi. Non è nel suo carattere, ma se lo fosse, ci bacerebbe, come se il merito fosse nostro. …e due!
Il fedele autobus verde si affaccia all’angolo del fabbricato, salutiamo i compagni e ci avviamo alla fermata, saliamo ed i commenti sul compito proseguono ininterrotti. Oggi siamo molto più euforici. Potenza della matematica!
Dopo pranzo è previsto il ripasso definitivo per la prova di lingua straniera. Chissà la zoppetta che cosa ha in serbo per noi, nella prova di domani. Il pomeriggio e la sera scorrono in maniera lineare.
Stamattina, sull’autobus, i soliti musi lunghi e assonnati. Sembra di andare al patibolo.
Arriviamo in classe, ma la signorina ancora non c’è. Non è un bell’esempio per gli studenti, ma può succedere. Il Preside la sostituisce temporaneamente e dà inizio alla cerimonia d’apertura della busta contenente la prova di Francese. Non ha finito di aprire la busta che percepisco un passo lesto, ma irregolare, proveniente dal corridoio ed in breve la prof, ansimante e con la mano destra al petto, appare sulla porta dell’aula. Si scusa con tutti ed in particolare col “Signor Preside”, come lo chiama lei, ma un’avaria alla sua vecchia Peugeot, un macinino d’ante guerra, ha provocato questo piccolo ritardo.
È, come al solito, ipertruccata per mascherare le rughe di una veneranda età: chili di fondotinta, capelli abbastanza corti e ricci, tinti di un nero corvino da far invidia alla Moira Orfei, una catena al collo che se fosse d’oro costerebbe l’ira di Dio ed un paio di orecchini giganteschi, anch’essi d’oro o dorati, completano la fotografia della nostra Mademoiselle de Francais.
Il preside si allontana silenziosamente dalla cattedra e, altrettanto silenziosamente, esce dalla stanza.
«Le bonjour à tous le monde et au excusé ancor mon retarde. Je veux présager un bon examen de Francais à vous, espérant que vous tous êtes recalé, et une bonne continuation dans les votre études.»La solita ramanzina di non copiare, non disturbare eccetera, eccetera, eccetera e finalmente si va. Il testo, questa volta, è su fogli ciclostilati e ci viene consegnato, coperto, personalmente dalla prof che zampetta tra le file di banchi. Quando tutti abbiamo la nostra copia e due fogli protocollo a righe, il tutto guarnito dal consueto timbro in rilievo del Ministero competente, ci è permesso di prenderne visione ed iniziare a lavorare. La prima prova consiste nel partecipare, replicando in maniera adeguata, ad una conversazione durante una passeggiata, con un immaginario amico parigino, sul Boulevard Saint Germain, proprio a Parigi, descrivendo immaginarie vetrine di negozi, locali, stazioni della metropolitana, monumenti e tutto quanto si può incontrare nel quartiere latino, compresi mendicanti e, soprattutto, artisti di strada. Mi soffermo su una coppia che si esibisce nelle vicinanze di un multicolore chiosco di fiori. Nella mia descrizione, l’uomo, abbigliato con frac e cappello a cilindro, suona magistralmente il violino, mentre la ragazza, che impersona uno dei più classici Pierrot dalla faccia infarinata, asseconda la melodia con movenze plastiche ed armoniose.
Il compito prosegue con un’esposizione sulla caduta dell’Ancien Regime e la presa della Bastiglia, il 14 luglio 1789.
E per finire, niente di più classico: Jean de La Fontaine: l’aquila e la civetta, la cicala e la formica, il lupo e l’agnello, il congresso dei topi, insomma un commento circostanziato sulle favole del de La Fontaine e le loro morali, con particolare riferimento agl’insegnamenti pratici che se ne possono trarre.
Insomma, noioso come non n’erano mai capitati prima! Strascico sul foglio protocollo la penna biro che asseconda fedele il movimento svogliato della mia mano destra e, tra un sospiro ed un sommesso lamento, raggiungo l’agognata conclusione del mio lavoro di oggi. Una rapida riletta e mi rendo conto che non è un gran che, ma decido di affidarmi alla magnanimità del collegio giudicante. La sufficienza dovrei raggiungerla comunque.
Non vedo l’ora di lasciare l’aula, per questo consegno senza aspettare che Feo completi la sua prova, chiedo l’autorizzazione alla prof e mi avvio verso la porta. Scambio un cenno d’intesa con l’amico, ancora chino sul compito, ed esco.
Piuttosto a terra, non tanto per la prova sostenuta, che peraltro dovrebbe raggiungere almeno la sufficienza, quanto per la noia suscitata dagli argomenti della prova stessa, scendo lo scalone e mi ritrovo sul piazzale della scuola. Il solito capannello dei compagni di classe circoscrive una disamina sull’operato di questa mattina e mi accorgo dello scarso entusiasmo che aleggia nell’aria. Evidentemente siamo concordi nel considerare la prova di lingua straniera scarsamente interessante ed ancor meno coinvolgente. Mi unisco all’avvilita compagnia in attesa che Feo e Franco ci raggiungano per intraprendere insieme il viaggio di ritorno a casa con il mitico torpedone protagonista del nostro andirivieni scolastico degli ultimi tre anni.
Sull’autobus, lo scoramento si placa gradualmente e, visto che la mattina successiva ci aspetta la prova di Educazione Artistica, indiscutibilmente poco impegnativa, decidiamo di prenderci un pomeriggio di pausa e concederci un po’ di svago.