sei di vada se...

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venerdì 4 ottobre 2013

quinto 1° di 3

quinto 1/3
Mi sveglio di soprassalto al trillo insistente del campanello, simile al cicalino del pulsante di un programma televisivo a quiz. Mia madre, nel corridoio, risponde al citofono:
«Chi è?»
Sento che apre il portone e la porta che dà sulle scale. Passano pochi istanti e, dopo un frettoloso “buongiorno” rivolto a mia madre, il ciclone Feo irrompe nella mia stanza ancora avviluppata nella penombra dall’avvolgibile quasi completamente chiuso.
Nella scarsa luce diffusa dai piccoli fori delle stecche superiori della tapparella, intravedo a malapena la faccia di Feo stravolta e, allo stesso tempo, elettrizzata. Un’occhiata che mia madre non sia a portata uditiva, poi Feo accosta la porta, si siede sul bordo del letto e m’investe con un fiume di parole a cui, in preda al torpore del risveglio, stento a dare un significato.
«Fulvia… casa… strada… buio… mezzanotte… stupendo… bacio…».
Piove a catinelle, i vocaboli si infiltrano nel mio cervello in ordine assolutamente casuale inondandolo copiosamente: non riesco a distinguere se Feo le sta sparando alla rinfusa o sono io che non riesco a dar loro un ordine logico, ancora abbracciato da un Morfeo che non accenna a mollare la presa.
«Ma che ore sono?» – farfuglio assonnato stropicciandomi gli occhi.
«Le nove e mezzo, ma che t’importa» – mi scuote – «Svegliati! Ascoltami! Ho bisogno di sfogarmi!»
«Le nove e mezzo? Tu sei matto! Ritorna tra un paio d’ore» – gli ordino girandomi verso il muro e coprendomi il busto nudo col leggero lenzuolo.
Con un balzo raggiunge la finestra, solleva la tapparella ed il sole inonda la stanza pugnalandomi gli occhi gonfi per la notte appena trascorsa. Lo mando sonoramente a quel paese e mi copro gli occhi col cuscino, ma lui me lo strappa dalla faccia: non c’è modo di dormire. Mi tiro a sedere sul letto, mi stropiccio nuovamente gli occhi e mi appoggio sulle braccia distese all’indietro:
«Allora? Cosa c’è di tanto urgente da farti svegliare alle prime luci dell’alba e, soprattutto, da svegliare me così presto?» – chiedo seccato – «Non potevi aspettare che ci vedessimo al mare, come ogni giorno?»
«Fulvia!» – dice eccitato con gli occhi che brillano di contentezza – «Ieri sera l’ho accompagnata al portone di casa. In linea d’aria è proprio qui dietro, sulla strada parallela a questa.»
«Lo so dove abita Fulvia! E allora?» – insisto artificiosamente irritato – «Mi hai svegliato per comunicarmi l’indirizzo di Fulvia? Grazie tante!»
A poco a poco sto riacquistando le facoltà intellettive temporaneamente perdute durante il sonno notturno e prende corpo in me la scena di cui Feo mi vuole rendere partecipe.
«Iersera, quando ci siamo lasciati, laggiù all’incrocio, l’ho accompagnata a casa.»
«Lo so: vi ho visti. Vi abbiamo visti. Tu eri così impegnato che non ci hai augurato neanche la buonanotte. Martina ed io vi abbiamo osservato per un breve istante mentre vi allontanavate da noi. Fate una bella coppia.» – rispondo con aria canzonatoria.
«Non fare il cretino, altrimenti non ti dico più niente!» – mi apostrofa lui.
«No, no, vai avanti, ormai mi hai svegliato, tanto vale che mi racconti tutto.»
«Per la strada abbiamo continuato a parlare del più e del meno, ma io non resistevo più,» – continua su di giri – «dovevo fare qualcosa, agire in qualche modo, capire se anche lei…» – breve pausa – «Al cancello… La luce del lampione era parzialmente oscurata dalla folta chioma dell’acacia ed ho rotto gl’indugi. Finalmente le ho sussurrato quello che provo per lei. Avevo il cuore che batteva a mille. Ero elettrizzato come non mi era mai successo. Mi ha risposto che anch’io le piaccio!»
«Tutto qui?» – chiedo ironico – «E tu hai turbato il mio sonno nel cuore della notte per questo? Sei il solito rompiscatole!» – e mi ributto sul letto, coprendomi col lenzuolo fin sopra la testa, come se volessi riprendere il sonno interrotto. Facendo capolino dall’orlo lenzuolo noto che mi scruta perplesso e non si capacità se credere alla mia insolita reazione. Come una furia, volo il lenzuolo, con i soli slip addosso mi avvento su di lui e ci avvinghiamo per terra in una lotta dura ma dalle mosse studiate e del tutto innocue. Lo stendo schiena a terra e gli sono a cavalcioni quasi sul petto immobilizzandolo.
«Cosa ti dicevo, al cinema? Non ne ho mai dubitato!» – e, di destro, gli sferro un buffetto alla mandibola.
Ci tiriamo su, sediamo sul letto sfatto e Feo riprende la rosea cronaca soffermandosi su pochi particolari, dopodiché sospira appagato.
«Il quarto d’ora più bello della mia vita!» afferma con aria trasognata!
«Va tutto bene, Rodolfo Valentino» – lo rassicuro – «e ora cosa si fa? Al mare è troppo presto, ci troviamo solo Angiolino che ripara le reti. Tutti i nostri coetanei a quest’ora dormono. Ma come hai fatto a svegliarti così presto?»
«Ero troppo eccitato, prima delle sette ero già in piedi e, nel giro di mezzora, ero in cucina, non riuscivo più a dormire.» – risponde – «Ho pure spaventato mia madre che mi ha fatto il lavaggio del cervello credendo che mi sentissi poco bene. Quando ha visto che ho divorato la colazione si è convinta che non avevo niente e mi ha lasciato perdere. Mi sono vestito velocemente e sono corso qui in preda alla furia di raccontarti tutto. Ora so cosa ti succede, quando fai la faccia da pesce lesso con Martina.»
«Io che faccio gli occhi da pesce lesso: impossibile!» – ma poi il pensiero vola verso la mia dolcissima bambina e mi rendo conto che ciò che Feo afferma è assolutamente vero. Ho preso una cotta che ha dell’incredibile. È la prima volta che mi succede ed è assolutamente al di sopra delle più rosee aspettative. Sono pronto a fare la faccia da pesce lesso, per lei.
«Hai ragione, sono proprio cotto a puntino.» – sentenzio – «E pensare che, fino a meno di due settimane fa, non ci pensavo proprio ad avere una storia con lei.»
Mi ributto sul letto e, come un idiota, rimango per alcuni minuti a fissare il vuoto con la mente rivolta a colei che occupa costantemente i miei pensieri. Feo non è da meno. Ad un tratto, si scuote:
«Dai! Preparati che usciamo, prendiamo le biciclette, facciamo una pedalata fino al ponte Romanico e vedrai che facciamo l’ora di trovarci con gli altri.»
Una rapida passata per il bagno, colazione abbondante, un saluto disperso in cucina:
«Ci vediamo a pranzo!» – e giù per le scale.
La pedalata fino al ponte Romanico, detto anche “ponte gobbo” per la strana deviazione che impone alla carreggiata, si rivela molto rilassante e, al ritorno, decidiamo di fare una capatina al mercato che, con cadenza settimanale, anima il versante Sud della piazza.
I banchi degli ortolani ostentano orgogliosamente ortaggi e frutta delle campagne locali che gli ambulanti continuano ad aspergere con spruzzi d’acqua fresca, per mettere ancora di più in risalto la lucentezza delle scorze variopinte.
In un angolo, una contadina, abbigliata con il classico grembiule sull’ampia gonna lunga e nera e l’immancabile pezzuola in testa annodata sulla nuca, sfoggia quattro grandi sporte di paglia intrecciata contenenti i prodotti del proprio orticello: peperoni dalla vivace colorazione gialla, rossa o verde, enormi e violacee melanzane dalla forma rotonda o allungata, fagiolini verdi, striate zucchine, insalata, pomodori ed altri ortaggi di stagione appena raccolti.
Il pescivendolo, il Pozzuolano, declama, con un accento tipico del paese d’origine, ma intercalando comicamente qualche vocabolo nell’idioma locale, l’occhio dei pesci appena pescati e gettati sul banco, come il più vivido e brillante di tutta la costa Tirrenica. Orate, saraghi, dentici e purpuree triglie di scoglio sono adagiate su un giaciglio di ghiaccio tritato intanto che le lunghe antenne di un paio d’aragoste ancora vive fanno capolino da un secchio di plastica verde appeso ad un gancio del bancone, nelle vicinanze di una cassetta di legno colma di grigio-argentee acciughe, meno pregiate ma non per questo meno apprezzabili. Una grande, lucidissima razza di colore marrone scuro occupa spavalda un angolo del banco e polpi e seppie attorcigliano i loro tentacoli all’interno di un contenitore di polistirolo.
Il furgoncino del formaggio esibisce grandi forme di parmigiano, alcune delle quali sapientemente spaccate in due dall’abile mano del caseario, e pile di caciotte e pecorini stagionati, regalando agli avventori saporite scaglie a scopo puramente pubblicitario.
Il clangore delle stadere d’ottone testimonia la vivacità degli scambi e gli acquisti delle massaie sempre pronte a baccagliare sul prezzo o sul peso, mirando ad un possibile abbuono che spesso l’ambulante concede molto volentieri.
Più in disparte, i banchi dell’abbigliamento e delle pezze di stoffa: i mercanti, più pacati e meno coloriti, si limitano ad esporre la merce ai passanti invitandoli alla prova ed all’eventuale acquisto, garantendo la qualità superiore della loro mercanzia.
Nella stessa zona, colpisce il luccichio della miriade di pentole, bicchieri e posate, caratteristico del banco degli articoli per la casa al quale si presentano, quasi esclusivamente, acquirenti alla ricerca di qualcosa di ben definito: bicchieri per ripristinare il servizio scompagnato, pentole o casseruole di misura idonea alla preparazione di una pietanza particolare o posate per rinnovare il cassetto della credenza. Vi spiccano soprammobili di dubbio gusto a forma di strane verdure, finti forchettoni e posticci macinini da caffè.
Un caso a parte è il camioncino dell’utensileria su cui è possibile trovare gli arnesi più disparati: dalle affilatissime “frullane” per falciare il fieno ai coltelli svizzeri multiuso, dallo scalpello al martello, dalla pala al piccone, insomma, tutto ciò che può servire per i lavori manuali e per il fai da te. I più interessati agli articoli in questione sono certamente i rari uomini che, non impegnati dal lavoro per ferie, permessi o chissà cosa d’altro, si trovano a bighellonare per il paese nella mattinata dedicata al mercato, o gli anziani pensionati memori d’attività oramai cessate.
Feo ed io, lasciate le bici alla rastrelliera vicino alla chiesa, ci mescoliamo tra la folla e ci troviamo immersi nel brusio di sottofondo, rotto dalle urla degli stravaganti venditori che reclamizzano la propria merce come la migliore sulla faccia della terra. Non siamo attratti dai banchetti né dalla merce in esposizione, ma la passeggiata può servire a prendere coscienza del luogo in cui viviamo, visto che, con la scuola, in inverno, non abbiamo mai la possibilità di intervenire a questa specie di raduno, molto importante per chi conduce vita di paese.
Nell’andirivieni generale ci soffermiamo con amici e conoscenti per scambiare qualche frivolo commento sull’incombente estate mentre, qualcuno dei più intimi ci chiede ragguagli sul risultato degli esami appena affrontati, sugli studi che intraprenderemo alle scuole superiori e notizie sulle rispettive famiglie.

domenica 10 marzo 2013

quarto 2° di 2

quarto 2/2
Il gigantesco schermo bianco domina la platea, illuminata dalla luce flebile di piccoli lampioni versione economica, e tra breve si animerà di figure altrettanto gigantesche che incomberanno su ammutoliti spettatori. Le poltroncine si stanno riempiendo di pochi turisti e la prima notte di quiete, vada, da giugno a settembre, adolescenza, etsmolta gente del paese, compresi alcuni conoscenti che saluto da lontano. Nell’attesa Flipper, sistemato nella prima delle tre file di nostra competenza, vicino a Franco, si è rivolto indietro, appoggiando il sedere allo schienale della poltroncina di fronte alla sua e tiene banco con storielle divertenti e barzellette. Qualcuno cerca d’interromperlo, ma non c’è verso, il centro della scena è suo, almeno fino all’inizio del film. Viene interrotto solo dall’affievolirsi delle luci e si mette finalmente seduto, ma non è ancora il momento. Ci sorbiamo la programmazione della settimana successiva, un po’ di pubblicità e, finalmente, il leone ruggente della Metro Goldwin Meyer annuncia l’inizio della proiezione.
Non è la prima volta che vengo al cinema con Martina, ma è la prima volta da quando…
Con la coda dell’occhio controllo la situazione: ha i gomiti sui braccioli della poltroncina, e le mani sul grembo. Poco dopo l’inizio del film, non resisto alla tentazione e cerco disperatamente un seppur impalpabile contatto fisico. Con lo sguardo che non si distoglie dalla proiezione, muovo la mano sinistra nell’ombra verso di lei, sfioro involontariamente la gonna corta, lei ha un impercettibile sussulto, poi trovo la sua mano destra e la stringo: è freddissima, nonostante la tiepida serata. Ci guardiamo: i variopinti bagliori generati dallo scorrere della pellicola, provocano, nei suoi grandi occhi, caleidoscopici giochi di luce che accendono la mia fantasia. Le palpebre, coronate da lunghe ciglia naturalmente arricciate, calano ad intervalli regolari celando ritmicamente lo spettacolo alla mia vista, al pari di minuscoli sipari di un altrettanto minuscolo palcoscenico. La sua mano sotto la mia si muove e si libera, il palmo della mia mano è ora sulla gonna e percepisco la forma di ciò che essa cela pudicamente. È lecito aspettami che tolga la mia mano da lì, invece la copre con la sua, che è ancora fredda, accettando il contatto. Ci rimettiamo a vedere il film, ma la mia mente annega in ardenti emozioni e si strugge come in un fiume di lava che cola da un vulcano in piena fase eruttiva.
Le scene del film si susseguono, una dopo l’altra, sul grande schermo e l’intreccio si dipana tra l’amore tormentato di una donna per un uomo, una bellissima amante ed un amico poco affidabile: a dire il vero del film m’importa ben poco. Potrebbero dare anche Tom & Jerry, lo apprezzerei ugualmente, rimarrei così per ore intere. Giro verso l’alto il palmo della mano che accoglie così il palmo della sua mano non più fredda, le dita s’intrecciano delicatamente provocando piccole indefinite emozioni. Fulcro della nostra intesa sono leggeri movimenti delle dita che interpretano un alfabeto in codice inventato sul momento e noto soltanto a noi.
Fine del primo tempo. All’accendersi improvviso dei lampioni, le nostre mani si lasciano di scatto in un moto quasi istintivo, come se dovessimo nascondere i nostri sentimenti da chissà quali occhi indiscreti. Ne approfitto per una capatina al bar.
«Noccioline? Bibita? Gelato?» – le chiedo.
C’è ressa, al mini-bar del cinema e, aspettando il mio turno, scambio poche battute con Feo:
«Hai visto quant’è carina?» – i suoi occhi sprizzano gioia ed eccitazione, mentre me lo chiede – «Mi piace: vorrei dirglielo!»
«Che cosa aspetti? Questo è il momento giusto! La penombra del cinema crea sempre un’atmosfera particolare.»
«Non ci riesco. Non trovo il coraggio!» – ribatte quasi rammaricandosi.
«Tu? Feo, tra noi due tu hai sempre cercato il primo approccio, tu hai rotto il ghiaccio e tu sei lo sfrontato!» – lo conforto ridacchiando – «Il ruolo del timido non ti si confà perciò, lascialo a me!»
«Dici bene tu! Martina è una ragazza dolcissima, vi trovate a meraviglia e, come se non bastasse, ti ha risparmiato anche la fatica di fare la prima mossa.» – ribadisce pronto.
«Temo di non piacerle e di rovinare tutto!»
«E tu non dirle niente. Fai un gesto carino, provoca in lei una reazione… Ma che te lo dico a fare, sai meglio di me come comportarti!»
«Va bene!» – afferma con una violenta espirazione a labbra semichiuse, come quando riprendiamo fiato agli allenamenti.
Ritorniamo al posto nel momento in cui le luci dei lampioncini si affievoliscono, giusto in tempo per assistere all’inizio del secondo tempo. Porgo a Martina uno dei due cornetti all’amarena; nel gioco di luci ed ombre prodotto dal cono luminoso del proiettore, scartiamo i rispettivi gelati. Prima che io abbia il tempo di portarmelo alle labbra, lei mi cattura la mano ed avvicina la bocca semiaperta prendendosi il piacere del primo morso. Mi offre il suo perché faccia altrettanto. In sfumature come questa, Martina è impareggiabile ed il gelato assume una fragranza che genera sensazioni per me assolutamente nuove. Terminato il gelato, è lei che appoggia la mano destra sui miei jeans, poco sopra il ginocchio, dove trova la mia pronta ad accoglierla ed a riprendere il dialogo in codice da dove lo avevamo lasciato. Il film continua a scorrere inesorabile, ma lo seguo svogliatamente, intento come sono nello scambio di messaggi digitali a fior di polpastrelli e di falangi che s’intrecciano. Non mi distolgo neanche quando, durante le scene più scabrose, Flipper ed altri si lasciano andare ad urletti e brevi fischi d’approvazione provocando le proteste della platea tutta. Martina reclina la testa sulla mia spalla: in un lampo, ascendo al settimo cielo. Valico i confini della Via Lattea ed Orione, Andromeda, Cassiopea, Sirio sono ormai ad un tiro di schioppo. Nel ricadere dal mio viaggio interplanetario, mi ritrovo sulla poltroncina del cinema. Con un movimento del tutto naturale, abbandono la sua mano sui miei jeans per cingerle le spalle con il braccio sinistro, pur col timore di rovinare l’atmosfera. Non si muove, anzi si accoccola ancora di più nell’incavo tra il mio collo e la spalla e non posso esimermi dall’accostare a mia volta il capo sulla sua testa. Mi scopro a sorridere compiaciuto per il solletico provocato da una ciocca dei suoi capelli sulla pelle della mia guancia. Le sue chiome emanano una fragranza che ricorda un rigoglioso giardino esotico in piena fioritura: effluvi di zagara, gelsomino e mughetto si mescolano in un cocktail dall’aroma inebriante. Con la destra cerco, con successo, la sua mano sui miei jeans.
Avrei voluto che il film durasse all’infinito invece, ahimé, scorrono i titoli di coda. Solleva la testa: ci guardiamo. È in brodo di giuggiole ed io più di lei.
Potenza dell’età e dei primi approcci amorosi!
«Oggi pomeriggio, per un interminabile momento, ho temuto di passare la serata senza di te.» – mi confida guardandomi con occhi languidi – «Pensa che cosa mi sarei perduta!»
«Anch’io l’ho temuto! Ma non pensarci più!» – la conforto.
«Ti è piaciuto il film?» – mi chiede distrattamente.
«Certo!» – rispondo sornione.
«Io non l’ho proprio seguito,» – mi confessa abbassando pudicamente lo sguardo – «ho avuto tutt’altro per la testa, stasera.»
«Peccato che sia durato così poco!» – le svelo prendendo il suo mento tra le dita – «Le nostre mani non si sono stancate mai di sfiorarsi, di toccarsi, d’intrecciarsi in un affiatato duetto, come se l’avessimo provato e riprovato all’infinito, per raggiungere la perfetta esecuzione. Come potevo pensare alla trama del film!»
«Non dire altro, il tuo cuore lo ha già detto per te. È stato bellissimo percepire il suo instancabile ritmo attraverso la camicia: ogni tanto il battito accelerava per poi calmarsi di nuovo. Ho scoperto che spesso batteva all’unisono col mio. Chissà…»
«Eri tu!» – la rassicuro – «…o meglio, eravamo noi. Per la prima volta ti ho sentito così vicina.»
«Hai usato la parola “noi” riferito a noi due come una cosa sola. Non lo avevi mai fatto. T’invidio un po’» – sorride – «ed avrei voluto farlo io per prima.»
«Ma è stato proprio così. Tu hai dato lo spunto. Il mio cornetto è diventato il tuo e viceversa. Così è successo, quando ti sei accostata a me: è stato come se io fossi seduto sulla tua poltroncina e tu sulla mia o, meglio, come se la poltroncina fosse solo una per due. Due palline di gelato sul medesimo cono, due mani che si lavano l’un l’altra sotto il comune getto d’acqua, due anime in un nocciolo. Io più te uguale noi!»
«Sei gentile ad attribuirmi un merito che, in realtà, è attribuibile esclusivamente a te!»
Si accendono definitivamente i lampioncini ad interrompere uno sdolcinato idillio nel quale non mi sarei riconosciuto, se non lo avessi vissuto in prima persona. Finalmente abbiamo ripreso la posizione eretta sulle scomode poltroncine a stecche verticali di legno, mentre gli altri sono già nel corridoio laterale, ed indugiamo ancora un po’ seduti, come per trattenere il più a lungo possibile le emozioni recentemente scoperte. Sospiro, mi alzo, le porgo la borsetta, prendo il golfino dalle sue ginocchia e glielo sistemo sulle spalle come fosse una piccola mantella ed ella, alzandosi a sua volta, mi ripaga con un abbraccio strettissimo appoggiando la testa sul mio petto senza alcun timore di compromettersi agli sguardi curiosi di eventuali conoscenti. Il cinema è oramai quasi vuoto e, mio malgrado, con una smorfia di disappunto, le indico con la mano destra la strada verso l’uscita. La ghiaia scricchiola di nuovo sotto le scarpe e seguiamo la corrente mano nella mano nel ricongiungerci al gruppo.
Per la strada che ci conduce in piazza, i commenti dei più sguaiati si soffermano, ovviamente, sulle poche malcelate scene di sesso e qualcuno si dimostra particolarmente in vena nel colorirli con dozzinali commenti che provocano la disapprovazione delle ragazze. Feo non si stacca un attimo da Fulvia che dimostra di non disdegnare le sue attenzioni. Sulle panchine in cemento della grande piazza alberata, c’intratteniamo per gli ultimi commenti e per organizzare la giornata successiva. Martina è seduta con le gambe accavallate, la destra sopra la sinistra dondola armoniosamente al ritmo di un’inesistente melodia, ed io sono in piedi vicinissimo a lei con il fianco sinistro appoggiato allo spigolo dello schienale della panchina, sbocconcellato dall’usura. Tania ed Isabella sono sedute vicino a lei, mentre gli altri sono in piedi disposti a semicerchio di fronte a noi. Feo è leggermente in disparte, con le mani dietro la schiena, appoggiato al tronco cavo di un grande platano e Fulvia gli sta di fronte, in piedi: parlano fittamente e non partecipano assolutamente alla nostra conversazione.
Tra un commento e l’altro Antonio se ne esce con una battuta delle sue:
«Mi sa che qualcuno, stasera ha visto poco del film!» – ed ammicca in direzione del platano dal tronco cavo, dove è in corso un dialogo dai toni molto confidenziali. La sarcastica battuta è indirizzata alla nuova coppia di tortorelle, ma, evidentemente, ci sentiamo anche noi oggetto della frecciatina: Martina storce il collo volgendosi verso l’alto e, mentre la coda di cavallo spenzola aldilà della spalliera della panchina, ci scambiamo una complice, accomodante occhiata. Feo lo fulmina con un saettante sguardo, intanto che Fulvia china timidamente il capo: la penombra non mi consente di accertarlo, ma sono pronto a scommettere che le sue guance sono imporporate da un pudico rossore. È mezzanotte passata da poco, quando un corale “buonanotte” scioglie la compagnia spedendo ognuno verso la rispettiva dimora. Feo, Fulvia, Martina ed io c’incamminiamo sul breve tratto di strada comune ma, quando noi due svoltiamo a destra, verso la via di casa, Fulvia procede dritto sulla strada principale e Feo, invece di svoltare a sinistra, verso casa sua, la segue come un’ombra con l’intento di accompagnarla fino al portone. Un ulteriore saluto di commiato ci congeda dalla potenziale novella coppia. Ci soffermiamo ancora qualche minuto ai piedi del tronco del fido pino secolare, testimone delle nostre effusioni notturne, nella penombra del giardino, poi Martina, di malavoglia, imbocca le scale buie ed io m’incammino verso casa solo dopo averla vista scomparire dentro il portone.
Nel brevissimo tragitto che mi separa da casa, illuminato dalla luce lattiginosa dei lampioncini, filtrata dal fogliame degli alberi che si protendono dai giardini prospicienti la via, mi sorprendo a rimuginare sul recentissimo passato e, soprattutto, sull’esperienza di Martina e me. Fino a meno di quindici giorni fa eravamo amici inseparabili, tra noi la differenza dei sessi non era mai emersa, nel senso che non ci eravamo posti il problema. Eravamo elementi del gioco né più né meno degli altri componenti della compagnia, con i quali spendevamo la maggior parte del nostro tempo libero. Più legati tra di noi, ma solo per il fatto di essere cresciuti insieme, risiedendo in abitazioni vicinissime tra loro. Un po’ come con Feo con l’unica differenza che, con lui, l’inscindibile amicizia è nata in prima Elementare e, da compagni di banco, abbiamo condiviso gioie e dolori, successi e brutti voti, che hanno caratterizzato la nostra carriera scolastica. Nell’inevitabile fenomeno di attrazione verso l’altro sesso non avevo mai pensato alla figura di Martina e mai mi era passato per la mente che potessimo avere bisogno di scambi più affettuosi. Non mi ero mai preoccupato di notare se fosse carina o se mi piacesse; magari lo avevo pensato per Isabella o per Tania, per restare nell’ambito delle più confidenti, ma non per lei. Adesso mi appare sotto una luce incantata, ci stiamo scoprendo molto affiatati e passiamo insieme la maggior parte del tempo libero, pur non privandoci di quel po’ d’indipendenza necessaria per trarre il massimo del piacere dalla nostra storia.
Nel frattempo ho attraversato il cancello, il giardino buio e sono giunto al portone di casa; entro, faccio le scale in silenzio e mi accingo alle operazioni di rito, prima di coricarmi per una notte di meritato riposo.
L’ultimo pensiero, prima di addormentarmi, è ancora per lei.

domenica 28 ottobre 2012

quarto 1 di 2

Quarto 1/2
Pochi giorni di vacanza mi separano dal mio primo giorno di lavoro stagionale presso il piccolo albergo di un amico di famiglia a due passi dal mare, confinante con la pensione dello Zingaro.
Me la spasso con la solita combriccola ma soprattutto con una Martina radiosa e piena di energia. Di giorno sulla spiaggia o la sera al piccolo Luna Park allestito nelle vicinanze del mitico campino: è sempre all’altezza della situazione ed inventa tenerissime coccole, quando ci concediamo qualche momento d’intimità.
l'ultima notte di quiete, cinema estate, vada, spiaggia, mareSull’arenile della spiaggia libera in fondo alla Via del Mare, nell’aria calda di un pomeriggio di fine Giugno, approfittando degli ultimi giorni in cui l’affluenza dei turisti è ancora scarsa, abbiamo imbastito una partita di calcio all’ultimo granello di sabbia: Feo, Franco, Antonio ed io da una parte; Mimmo, Flipper, Massimo e Luca dall’altra. Delimitazioni del campo: nessuna. Le porte: gli zoccoli piantati nella sabbia. Una fatica indescrivibile, ma il divertimento è assicurato. Dopo i primi approcci in cui ci arrischiamo in palleggi, finte di corpo e schemi, che riflettono quanto appreso durante gli allenamenti invernali, iniziamo a perdere il passo, i rimbalzi della palla diventano imprevedibili sulle gobbe caratteristiche della spiaggia; ben presto l’agonismo prende il sopravvento sulla tecnica e ciò che era iniziato come una partita di calcio, assume sempre di più i connotati di un incontro di rugby. Le ragazze sono distese supine sugli asciugamani a prendere il sole, inizialmente disinteressate e, man mano, sempre più attratte dagl’inevitabili schiamazzi che si levano dalla furiosa ma pur sempre amichevole mischia. Le scorgo distese in avanti, ora, appoggiate sui gomiti, con le teste dritte che sorridono divertite. I dieci minuti che seguono trascorrono all’insegna del caos più completo, con un groviglio umano che si rotola sulla spiaggia noncurante della palla, primordiale scintilla di questo pirotecnico diversivo. Spossati ci accasciamo al suolo, con la pelle marcata da segni rossastri causati dalla colluttazione ed infarinati di sabbia bianca fin sopra la punta dei capelli: percepisco i finissimi granelli persino in bocca, tra i denti e dentro gli slip con un fastidio al limite dell’insopportabile. Con l’impeto violento di un’orda di barbari incivili, prendiamo la rincorsa verso il mare dove ci tuffiamo con un fragore che attira l’attenzione di gran pare dei frequentatori della spiaggia. Una nuotata purificatrice ritempra i nostri fisici spossati dall’immane quanto inutile fatica. In acqua, mi tolgo lo slip provvedendo ad una copiosa risciacquata per liberarmi dai fastidiosi granuli insinuatisi tra le pieghe del costume e la mia pelle sudata. Mi ricompongo e raggiungo nuovamente il campo base. Le ragazze, sui teli di spugna colorati, volgono ancora la schiena al sole ed alla riva del mare e non si accorgono del mio arrivo: dalla mano, faccio sgocciolare un po’ d’acqua sulle spalle di Martina che si volta di scatto in risposta ad un improvviso brivido. Mi scruta con sguardo artificiosamente arcigno ed io mi corico sul suo stesso telo in attesa di una reazione che non tarda a manifestarsi. Prende un pugno di sabbia e minaccia d’infarinarmi un’altra volta, ma poi ci ripensa e mi rifila un minuscolo morso sul naso. Si corica di nuovo, questa volta sulla schiena, io mi isso sul gomito sinistro, appoggio la testa sul pugno chiuso, mi soffermo pochi istanti a contemplare il fiore che mi sta di fianco e le accarezzo il collo con il dorso delle dita ancora fredde e parzialmente avvizzite dal recente bagno in mare. Mi accorgo di un sottile brivido che percorre la sua epidermide, confermato dalla caratteristica pelle di gallina che su di lei assume sembianze incantevoli, e mi accingo a sedare prontamente il fremito con un bacino alla base del collo, nell’accattivante incavo tra le due clavicole. La pelle buccia di pesca ritorna liscia e vellutata destando in me irrequieti impulsi assolutamente fuori tempo e luogo, che difficoltosamente riesco a pacare. Mi distendo e catturo la sua mano destra con una stretta vigorosa che placa in parte le smanie recentemente stimolate.
Poco dopo si alza, distinguo la sua esile silouette in controluce, mi tende le mani alle quali mi aggrappo per tirarmi su ed abbandoniamo temporaneamente il resto della compagnia per una rilassante passeggiata sulla battigia con il mare alla nostra destra. Valichiamo la diga di scogli che si protende in mare e raggiungiamo un tratto del lungomare scarsamente frequentato. La striscia di spiaggia fuori del paese è deserta di questi tempi e, prefigurando l’imminente invasione turistica, ce la gustiamo tutta per noi. I sempreverdi cespugli di tamerici, a pochi passi dalla battigia, coprono la visuale dei campi circostanti e circoscrivono il paesaggio conferendogli una certa riservatezza. Mi saltella intorno elettrizzata, mi schizza prendendo a calci l’acqua bassa, ed io faccio altrettanto, poi mi corre incontro, prende le mie mani nelle sue, si accosta:
«Andiamo al cinema, stasera?» – mi chiede – «Danno un film che vorrei vedere con te.»
«Perché no!» – replico io – «Ogni tuo desiderio è un ordine!». Si abbuia in faccia e prende le distanze, con le mani che si perdono.
«Io non ordino niente, se non ti va, ci vado da sola e tu puoi pure uscire per conto tuo!» – replica risentita.
“Che cosa ho detto di tanto orribile?” – penso dispiaciuto – “mi sembrava una cosa carina mettermi a disposizione dei suoi desideri. È quello a cui aspiro di più, in questo momento”.
Ha messo il broncio. “Ma perché?” – continuo a rimuginare.
Mi avvicino e faccio per prenderle il mento tra le dita, ma mi sfugge con uno scatto risoluto della testa. Ha portato le mani dietro la schiena e cammina con gli occhi bassi con i lunghi capelli che celano, al mio sguardo, il visino crucciato. La nostra prima litigata. Non è possibile, per un motivo così futile.
Cammino al suo fianco in silenzio: la guardo, ma lei non alza la testa e, ogni tanto, da un calcio ad una di quelle palline spugnose composte d’alghe rinsecchite che si trovano spesso sulle nostre spiagge, facendola rotolare lontano. Cerco di afferrarla per mano, ma mi evita di nuovo con una scrollata dell’esile busto. Segue qualche interminabile istante di silenzio assoluto, rotto solo dal cadenzato frangere delle onde e dall’urlo di un inopportuno gabbiano che vola verso il largo. Allungo il passo, la supero, mi volto, mi fermo di scatto davanti a lei e l’afferro deciso per le spalle inducendola a guardarmi:
«Che cosa ho detto di male?» – le chiedo determinato ma sereno.
Una fioca incertezza poi, mantenendo basso lo sguardo e con una vocina che mi riempie di tenerezza, sussurra sommessamente:
«Se non vuoi venire al cinema con me, basta dirlo!»
«Ma io lo voglio.» – replico sbalordito – “le ho dato questa impressione?” – rimugino.
«Hai detto che è un ordine, agli ordini si obbedisce. Gli ordini non si eseguono spontaneamente: quindi lo fai controvoglia. Non hai nemmeno voluto sapere di che film si tratta.»
«Hai equivocato. Ho solo preso in prestito un modo di dire. Volevo che tu sapessi che ogni tuo desiderio è un mio desiderio. Non m’interessa di che film si tratta, voglio solo passare la serata insieme a te. Io vado al cinema, se tu vai al cinema, faccio una passeggiata se la fai anche tu e scalo il Monte Bianco se tu lo vuoi. Non abbiamo mai litigato da quando ci conosciamo, praticamente dalla nascita, ed ora che ci siamo riscoperti in questa nuova meravigliosa ottica, vogliamo bisticciare per una stupidaggine? Non sia mai!»
Alza lo sguardo, mi fissa occhi negli occhi ed il broncio sta già dileguandosi gradualmente, mentre, adagio, si scioglie tra le mie mani ed io allento la presa.
«Io sono felice, quando tu sei felice!» – concludo.
Mi getta le braccia al collo, accosta il suo corpo al mio ed appoggia la fronte al mio mento, ancora con gli occhi bassi, mentre le cingo con le mani la sottile vita. Un minuto di sensazioni impareggiabili, poi, all’improvviso, si discosta mi ghermisce la mano e mi trascina in mare correndo e sollevando spruzzi tutt’intorno. Mi si avvinghia di nuovo al collo e mi trascina sott’acqua con forza, riemergo e non ho neanche il tempo di respirare che mi tappa la bocca con un bacio mozzafiato. Siamo entrambi un’altra volta completamente sommersi. Emergiamo tra la schiuma generata dai nostri stessi incontrollati movimenti. Il suo viso è di nuovo raggiante. La nuvola passeggera, foriera di pioggia e di tempesta, si è sollecitamente dissolta, per fortuna, lasciando il campo ad un sole sfolgorante. La mia Martina, quella vera, ha preso di nuovo il sopravvento. Mi accorgo che non è bello litigare, ma è fantastico riconciliarsi.
Il cinema all’aperto, allestito per la stagione estiva, è una delle poche attrazioni serali del paese. I film non sono, ovviamente, di prima visione tuttavia, pur di non bighellonare per la piazza, una serata al fresco fa sempre piacere, specialmente se in buona compagnia.
Alle nove e mezzo di sera è prevista la proiezione di La prima notte di quiete, con Alain Delon, idolo incontrastato delle donne: quasi una prima visione, vietato ai minori di 14 anni ma questo non è più un problema.
Esco di casa e, per le scale, mi compiaccio dei miei jeans leggeri e della camicia a righe verticali sottili bianche e blu. Immancabile il golfino arrotolato e legato, per le maniche, al di sopra dei fianchi. Apparentemente come al solito, passo a prendere Martina poco prima delle nove. Suono il campanello del giardino.
«Scendo subito!» – risponde una voce argentina attraverso il citofono. Pochi secondi e sbuca dal portone sul pianerottolo delle scale esterne.
Chissà che effetto le fa vedere le espressioni, probabilmente grottesche, che la mia faccia assume allorché la osservo, inebetito, scendere le scale senza toglierle gli occhi di dosso. Se i suoi sono alla finestra ed anche loro hanno notato tutto ciò, ho messo seriamente a repentaglio la riservatezza dalla nostra innocente relazione. Un paio di sandalini bianchi col tacco basso, una gonna corta azzurra mette in evidenza le gambe affusolate e dritte, una maglietta aderente bianca e azzurra si modella gradevolmente sui delicati lineamenti del busto, un golfino di cotone bianco spenzola, accuratamente piegato, sull’avambraccio destro, mentre la mano sinistra scivola lievemente sulla ferrea ringhiera nera, la solita catenina d’argento ed i capelli raccolti in una lunga e folta coda di cavallo. Dalla spalla destra penzola una borsetta di tela bianca.
«Che vado a fare al cinema, è questo il mio film.» – le sussurro intanto che c’incamminiamo verso la piazza all’appuntamento con il resto della ciurma.
Mi sferra un buffetto al fianco destro, accompagnato da un risolino ironico, con la punta della lingua che fa capolino tra i denti bianchissimi. Salutata l’allegra brigata, ci avviamo verso il Viale Italia accompagnati dalla solita festosa cagnara degli amici più vivaci, capitanati da un Flipper in forma sfolgorante. Feo, stasera, è più calmo, intento com’è a prestare mille attenzioni a Fulvia, una nuova amica, piuttosto carina, che si è unita da poco al nostro gruppo.
Il cancello del cinema è già aperto. Una coda di una quindicina di persone si snoda di fronte alla cassa, attendiamo il nostro turno e, quindi, ci dirigiamo all’ingresso dove la granitica Clelia, dall’aspetto alquanto mascolino, strappa i biglietti e ci fa accomodare. La ghiaia a grana grossa crepita sotto le scarpe nel cammino che dal cancello ci conduce alla platea. Le file di poltroncine verdi a stecche di legno sono separate da un corridoio longitudinale e due trasversali a formare sei settori ben definiti. Ci distribuiamo su tre file del settore di sinistra più lontano dallo schermo sistemandoci quattro o cinque per fila. Martina è alla mia sinistra e siamo seduti nell’ultima delle tre, l’ideale per controllare le manovre all’interno del gruppo. Fulvia è seduta di fianco a Martina e Feo accanto a Fulvia per completare lo schieramento. “Chissà se, con l’aiuto della penombra del film, Feo metterà in atto qualche tentativo di seduzione. Fulvia gli piace molto e mi sembra che anche lui non le sia del tutto indifferente.” – mi viene da pensare. Mi sporgo in avanti e colgo lo sguardo di Feo che si sporge a sua volta, sorrido e gli faccio l’occhiolino. In certe situazioni l’orologio che controlla i nostri riflessi è perfettamente sincronizzato e c’incontriamo sempre ad ogni appuntamento, anche se improvvisato, come in quest’occasione. Risponde nello stesso modo ed aggiunge un sorriso beffardo.
…Continua